Tanti anni fa’, un po’ prima de “La Discesa in Campo”.

ECCO LA HOLDING DI FAMIGLIA

MILANO - E’ quasi l’ organigramma di una holding politico-familiare quella che i giudici milanesi dell’ operazione Mani Pulite hanno trovato indagando sui patrimoni dei “pretoriani” di Bettino Craxi. Lo schema inserito a pagina 34 della richiesta di autorizzazione a procedere contro il leader del Psi, quello in cui una serie di passaggi collegano il figlio Bobo e il latitante Silvano Larini, è solo un piccolo pezzo di quanto svelato da mesi di indagine della Guardia di Finanza. Non si poteva indagare su Craxi, è vero. Ma si poteva indagare sui fuggiaschi, i faccendieri, i portaborse. I risultati sono ancora coperti dal segreto istruttorio, negli armadi blindati della Procura milanese. Ma già dallo schema inviato al Parlamento, da alcuni interrogatori pubblicati dall’ Espresso e dal Mondo, emergono i segnali di un’ attività effervescente dove si incrociano alcuni tra i nomi più noti dei fedelissimi di Bettino: la fidata segretaria Vincenza Tomaselli, meglio nota come la “Enza di Bettino”, lo scenografo del craxismo Filippo Panseca, il giovane Bobo, il fuggiasco Larini, l’ ex portaborse Cornelio Brandini. Brandini per anni è stato l’ ombra di Bettino Craxi, il tuttofare che raccoglieva le sue confidenze. Ma ora neppure lui, dopo il divorzio dal segretario e il trasloco nella campagna senese, ha voglia di raccontare dei rapporti d’ affari e delle amicizie che legavano Craxi e il suo entourage. “Non ho niente da dire”, taglia corto al telefono. Ma a lui, tuttora sul libro paga della direzione socialista, anche oggi fanno capo le dismesse Edizioni Energie Nuove, indirizzo nel quartier generale craxiano di piazza Duomo 19. E a Brandini fa capo anche la Sarico srl, società che convive a Milano con la Mafrisa di un suo cugino, quel Bartolomeo De Toma arrestato venerdì come “collettore” di tangenti dal business dell’ ambiente. In piazza Duomo 19 è una istituzione pure Vincenza Tomaselli, la “Enza di Bettino”. Secondo L’ Espresso e il Mondo, la signora cinquantacinquenne avrebbe spiegato che proprio alla Immobiliare Villa Europa srl di Bresso - controllata secondo la Guardia di Finanza metà da Panseca e metà da Larini - è intestata la villa tunisina di Craxi, ad Hammamet. E ad un’ altra immobiliare di Bresso da lei amministrata, la Roccolo srl, apparterrebbe il rifugio brianzolo del segretario socialista, una lussuosa casa sprofondata nel verde di Capiago Intimiano. Il nome di Vincenza Tomaselli porta anche ad un indirizzo milanese dove la holding appare attiva: via Confalonieri 38. Qui si incrociano le attuali sedi delle società cooperative a responsabilità limitata Gierre e Il garofano rosso, l’ ex quartier generale della Esprit srl, dell’ Immobiliare Isola Lambro sas, dell’ Immobiliare Sant’ Angelo, della Duemondi srl e della Only Wood, ora in liquidazione. I nomi? Il numero uno della Gierre è Vittorio “Bobo” Craxi. Suo vice è Scintilla Cicconi, la giovane moglie nonché sorella del fotografo ufficiale del padre. Completa l’ organigramma l’ onnipresente Filippo Panseca, pronto a spiegare all’ Espresso che l’ unico affare concluso dalla Gierre è l’ acquisto di una decina di locali in un palazzo tra via Confalonieri e via Sassetti. Della Gierre anni fa faceva parte anche Bruno Pellegrino, senatore socialista martelliano, ex consigliere comunale ed ex segretario del Club Turati lasciato poi in eredità a Craxi junior. Il quale, curiosamente, figura pure - oltre che come consigliere del Milan - anche nella cooperativa Noi e Milano, editrice delle pagine milanesi dell’ Avanti!, recentemente azzerate per motivi di cassa. Vincenza Tomaselli e Panseca fanno invece coppia nella cooperativa Il Garofano rosso, ramo pubblicità. La proprietà più prestigiosa del fuggiasco Larini è invece, senza dubbio, quella della Borsalino, la gloriosa ditta di cappelli. Ma gli affari veri sono affidati a marchi meno vistosi. In fuga da giugno, il 9 settembre Larini è stato sostituto da un napoletano alla testa della finanziaria aperta nell’ 87 a Sant’ Angelo Lodigiano, la Kaina Fin spa, 610 milioni di capitale. In via Ripamonti si trova la sede della srl Equatoriale che si occupa di “acquisto prodotti manufatti per conto di case estere ed eventuale esportazione di questi all’ estero”: al vertice del consiglio di amministrazione risulta ancora Larini, i manager sono un bulgaro di Sofia e un egiziano di Alessandria. Ma gli uomini del Garofano non si davano da fare solo a Milano. I gusti più esotici sono di Silvano Larini, che ha una società a Curacao e che anni fa si comprò l’ atollo di Ranghiroa, nella Polinesia francese, facendosi condannare per esportazione di valuta e facendosi notare sullo splendido yacht Alpha Centauri che possedeva al 50 per cento con Silvio Berlusconi. Gli altri del gruppo hanno passioni più ordinarie. Molti hanno investito risorse e capitali nelle terre senesi. Al podere Spiritello di Rapolano Terme passa i fine settimana l’ ex tuttofare di Craxi, Cornelio Brandini. Sempre a Rapolano una società milanese ha comprato nell’ 88 il podere Campiglia. La ditta risulta inattiva, ma alla tenuta fervono i lavori di restauro. E della Campiglia è amministratore unico Massimo Pini, ex marito del ministro Margherita Boniver e amico storico di Bettino e di Paolo Pillitteri. A Radicofani è invece passato di mano recentemente un rustico di 300 metri quadrati immerso in 26 ettari di campagna: l’ acquirente ha concluso un affarone. Alla società di Umberto Cicconi, fotografo di Craxi senior e cognato di Bobo, la “casa del pittore” è costata 25 milioni. A pochi chilometri, nel territorio di Castelnuovo Berardenga, i contadini intorno alla tenuta Sestano continuano invece a segnalare la presenza del ministro Claudio Martelli e degli uomini della scorta. - di LORENZA PLEUTERI

BERLUSCA ACROBATA PERO’

SENZA UNA LIRA

L’ INVENTIVA di Silvio Berlusconi è infinita. In realtà, dovrebbe esibirsi su qualcuna delle sue reti in un ciclo di 60 lezioni. Titolo: “L’ importanza della faccia di tolla negli affari”. Qualche mattina fa viene intervistato dal Gr1 e si esibisce nel suo solito numero che ormai fa fin dal settembre scorso: ma non vedete come tutto va bene? E’ fantastico, ragazzi. Mai visto niente del genere. Spiega, facendo sfoggio di una certa conoscenza delle statistiche, che, sì, oddio, non va proprio in modo superbo, ma insomma anche nel 1992 il Pil ha segnato un valore positivo. Via, siamo cresciuti. Naturalmente, non cita un solo numero. Eppure, sa benissimo che un conto è registrare un aumento del Pil del 5 per cento, un altro paio di maniche è essere cresciuti appena dello 0,5 per cento. Ma, se si vuole dire che va bene quando non va bene (non guarda mai, Berlusconi, le quotazioni della lira? Non gli comprano il Sole 24 ore le sue segretarie?), è evidente che bisogna stare sul vago. Il suo pezzo forte, va da sè, è stato il giro che ha fatto in Italia, dove ha incontrato più di 4000 clienti tutti imprenditori e tutti scatenati nel fare e nel lavorare. Lo ascoltavo alla radio, e mi veniva da pensare: bisogna che qualcuno fermi Berlusconi, altrimenti gli va il sangue alla testa. E’ da settembre che continua a dire che sta facendo il giro d’ Italia per incontrare imprenditori. Siamo alla fine di marzo: signora Veronica, lo chiuda in casa, gli dia un brodino e lo metta tranquillo, se no finisce che ci scoppia o che si perde in tutto questo girare su e giù per l’ Italia. Senza contare che anche questi poveri 4000 imprenditori saranno un po’ stufi di vederlo. Mandi qualcun altro. La Cavagna o qualche valletta, buon dio. Nel seguito dell’ intervista ha detto che, se l’ Italia se la cava mica male, il suo gruppo è una bomba. E giù con le percentuali: pubblicità più 18 (o 20 per cento) nel 1992, e quest’ anno sta facendo la stessa cosa. Poi, ha detto che il governo gli ha scippato 2000 miliardi di introiti, e questo non ho capito bene come si collega con tutto il resto. IL BELLO viene subito dopo. L’ intervistatrice, la bravissima Mirella Lentini, gli chiede: “Qui privatizzano, interessa qualcosa?”. “La Gs”, risponde Berlusconi pronto, “nient’ altro”. E allora l’ affare si fa? “Al momento - dice il Cavaliere di Arcore - non abbiamo soldi”. E allora? Niente paura, Berlusconi è pieno di idee. Si potrebbe, dice, fare una fusione. E qui bisogna spiegare qualcosa ai lettori perché siamo nel momento più alto della Faccia di Tolla. Dunque, lo Stato possiede la Sme, che è una finanziaria che ha vari interessi in aziende alimentari. Poiché lo Stato non ha soldi, da tempo si è deciso di vendere (privatizzare) al fine di recuperare qualche monetina. Fra le cose da vendere, ovviamente, c’ è anche la Sme. Per la quale vari gruppi avevano fatto a suo tempo offerte in blocco: “Compriamo tutto”. Ma il governo ha detto di no. La Sme si vende a pezzettini, un’ azienda alla volta. Un po’ per cercare di incassare di più. Un po’ per “salvare” la Gs. La Gs è una catena di supermercati e lo Stato ha detto: cerchiamo di usarla per far nascere una grande catena italiana di supermercati. Insomma, poiché ci sono almeno tre altri operatori nazionali (Rinascente-Fiat, Standa-Berlusconi e cooperative), la Gs la “riserviamo” agli italiani. Berlusconi si è subito detto interessato. Ma, nonostante tutto vada benissimo (come dice lui), al momento non ha soldi. E già qui c’ è una piccola esibizione genere Faccia di Tolla. Non è che non ha soldi: ha montagne di debiti. Il che è un po’ diverso. Negli ultimi anni ha moltiplicato per quattro il fatturato, ma per 11 i debiti. PERO’ la Gs la vuole. E allora ecco la sua proposta: io non compro la Gs, perché non ho una lira, ma non voglio nemmeno che la comprino altri e non me la voglio perdere. Come si fa? Ma è semplice: facciamo una fusione Standa-Gs. Ecco dove si capisce perché Berlusconi è grande e noi piccoli. Lui un genio e io e voi dei comuni mortali. Lui fonde la Standa con la Gs. Poiché la Standa è più grossa a lui va la maggioranza e quindi la gestione. Non spende una lira e, come se non bastasse, si ritrova lo Stato come socio. Quello stesso Stato al quale vuole sfilare continuamente delle reti tv e al quale fa la guerra sul terreno delle televisioni. Mica male, vero? Lo Stato, se accettasse, si troverebbe a non aver incassato una sola lira e, in compenso, non avrebbe più la disponibilità della Gs, fusa con la Standa. Non potrebbe nemmeno, cioè, rivenderla domani. Se venisse seguita questa strada, lo Stato realizzerebbe la prima privatizzazione al mondo con incasso zero. Anche i ministri del governo Amato, insomma, potrebbero tenere dei corsi alla Bocconi: “Come disfarsi delle aziende pubbliche senza incassare un soldo”. In compenso, come dicevo all’ inizio, Berlusconi potrebbe tenere corsi superaffollati e far stampare dalla Mondadori le relative dispense (così realizza qualche buona sinergia). Titoli annunciati: “Una faccia di tolla vale più di un Master”, “I soldi sono vostri: perché pagare?”, “Lo Stato è un fesso: io no”. In quest’ ultima dispensa parlerà anche di pay-tv. - di GIUSEPPE TURANI

TELEPROMOZIONI SCOPPIA LA

PACE TRA PDS E FININVEST

MILANO E’ un feeling inatteso quello sbocciato tra la Fininvest e il Pds sulle telepromozioni in tv. In un’ intervista pubblicata sull’ ultimo numero di Panorama il responsabile del Pds per l’ editoria Piero De Chiara aveva rilasciato una serie di dichiarazioni che correggevano i toni della linea tenuta finora dal partito di Occhetto sull’ intera questione. Ferme restando le convinzioni di fondo (maggiore pluralismo degli attori televisivi, tutela degli interessi di tutte le aziende editoriali) De Chiara parlava delle telepromozioni come di una forma di pubblicità gradita al pubblico (”L’ idea di vietarle non è percorribile”), lodava la relazione del Garante dell’ editoria Santaniello a Governo e Parlamento e riconosceva la necessità di salvaguardare i diritti di un’ azienda importante come la Fininvest. Una posizione, quella di De Chiara, che ha incontrato grande favore nel quartier generale di Silvio Berlusconi. Ieri infatti Fedele Confalonieri, amministratore delegato della Fininvest, ha rilasciato una dichiarazione nella quale si esprime apprezzamento per le parole di De Chiara. Salvaguardare i diritti della Fininvest, secondo Confalonieri, è “un’ ipotesi realistica se finirà la campagna d’ aggressione che gruppi concorrenti in campo editoriale hanno scatenato da 18 mesi per ridimensionare l’ attività delle tv Fininvest”. - a d

LA CEE SULLE TELEPROMOZIONI ‘

UNA PUBBLICITA’ VIETATA’

CURZI: ‘ LI HO VISTI I LOBBISTI FININVEST LAVORARSI I DEPUTATI…’

ROMA - “Parla di lobbisti? Certo lui se ne intende. Io li ho visti i lobbisti di Berlusconi all’ opera nei corridoi di Montecitorio mentre si discuteva della legge Mammì”. Va giù duro Sandro Curzi. Ed è lui ad assestare a Silvio Berlusconi il colpo più pesante, dopo lo “sfogo” in diretta dai teleschermi del “Processo del lunedì”. Per quaranta minuti, due sera fa, i telespettatori hanno ascoltato il presidente della Fininvest inveire contro tutto e contro tutti: con la Rai, con Biscardi e anche con il senatore del Pds Carlo Rognoni, accusato di essere un “lobbista del gruppo Caracciolo” (Carlo Caracciolo è il presidente dell’ “Editoriale l’ Espresso” e dell’ “Editoriale la Repubblica”) e definito ex dipendente del gruppo (il che non è vero). E se Rognoni ieri ha incaricato il suo legale di querelare Berlusconi, il direttore del Tg3 gli ritorce contro quell’ accusa e parla delle pressioni indebite che i suoi uomini hanno esercitato sui partiti in quella caldissima estate del ‘ 90, quando la legge Mammì ottenne - dopo un tormentatissimo iter e dopo le dimissioni di cinque ministri - l’ approvazione del Parlamento. “Li ho visti, eccome se li ho visti, sempre all’ opera su e giù per il Transatlantico di Montecitorio - racconta Curzi - Anzi, credo che se i magistrati guardassero un po’ meglio troverebbero tante cose interessanti di quel dibattito parlamentare quando, a forza di colpi di fiducia, passavano i punti della legge Mammì, una legge fatta apposta per Berlusconi”. Nomi, il direttore del Tg3 non vuole farne: “Questo - dice - spetta ai giudici scoprirlo. A loro, alla polizia e anche al Parlamento. Compito dei giornalisti è segnalare i problemi”. Ma non erano solo gli uomini di Berlusconi a frequentare i Palazzi del potere in quei mesi del ‘ 90: c’ erano - solo per fare qualche esempio - anche i rappresentanti delle emittenti locali, assidui visitatori delle stanze dei gruppi parlamentari a Montecitorio; c’ è passato il presidente della Federazione degli editori, che in una delle settimane decisive incontrò l’ allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Cristofori; e, nel giorno in cui alla Camera si votavano le regole sugli spot durante i film, c’ erano - attentissimi nella tribuna degli ospiti - i registi Ettore Scola, Giuliano Montaldo e Citto Maselli; c’ era lo stesso Curzi, uno degli immancabili del Transatlantico… “Ma io ci sono sempre - ribatte il direttore del Tg3 - E’ il mio mestiere e mi incuriosiscono le battaglie parlamentari, che ci si occupi di televisione od altro. C’ erano i registi? Ma è sacrosanto. Il controllo democratico sui lavori del Parlamento è un diritto-dovere dei cittadini. E poi i registi stavano in tribuna, mica in Transatlantico, stavano zitti, non si davano da fare. La lobby la fa chi si insinua tra i parlamentari, si aggira tra di loro e si li lavora uno per uno. Chi chiede e contemporaneamente fa promesse…”. Curzi attacca e la Fininvest risponde con un comunicato durissimo, in cui par di risentire la furia di Berlusconi al “Processo”. La tesi, ancora una volta, è quella del complotto: “Il gruppo Fininvest e Silvio Berlusconi - sostiene la nota - sono oggetto ormai da molto tempo di una campagna di falsificazioni, intimidazioni e diffamazioni che vede protagonista la santa alleanza della televisione di Stato e del gruppo Espresso”. E poi giù con le accuse: alla Terza rete, a Curzi, a Giulietti (esponente di punta del sindacato dei giornalisti Rai), Biscardi e Rognoni. “I nostri avversari - conclude la Fininvest - pretendono non solo di aggredirci, ma che la vittima si rassegni all’ aggressione senza reagire”. Ma a mettere sotto accusa l’ attività della Fininvest nei mesi della Mammì è anche il fronte delle televisioni locali. “C’ è lobby e lobby”, sostiene Giulio Cesare Rattazzi, segretario di Terzo polo, l’ associazione che si costituì proprio nelle settimana di discussione con la Mammì, rompendo con la Frt, l’ associazione cui aderisce anche la Fininvest. “Noi abbiamo sempre agito alla luce del sole, senza riunioni segrete, siamo stati una lobby virtuosa - sostiene - D’ altra parte la materia è tecnica, complicata, e parlare e spiegare con i politici è indispensabile. Altra cosa è la lobby di chi si è impossessato dello Stato, delle strutture dello Stato”. E, per spiegare cosa intende, Rattazzi ricorda “l’ ingegner Mezzetti, un uomo della Fininvest che era in permanenza nelle stanze del ministero delle Poste. Un giorno, un sacerdote titolare di una tv delle Marche, don Dino Issini, chiese di entrare in una stanza - com’ era suo diritto - per consultare alcuni documenti sul piano delle frequenze. L’ usciere gli spiegò candidamente che quella stanza era chiusa e che le chiavi le aveva Mezzetti. La porta fu aperta a forza e la questione venne pubblicamente denunciata. Ma non successe niente”. Ma, al di là dell’ accusa di lobbismo, è più in generale tutta la performance al “Processo del lunedì” ad essersi rivelata un boomerang per Berlusconi. “Quando un uomo di potere perde il controllo di sé, spesso più che sintomo di arroganza è manifestazione di debolezza e di paura”, ha commentato il verde Mauro Paissan. “Ora che la magistratura sta scoperchiando un’ altra pentola - gli fa eco il deputato della Rete Gaspare Nuccio - il cavalier Berlusconi ha messo da parte le buone maniere e sta uscendo al naturale”. E Rognoni, annunciando la querela: “Che al dottor Berlusconi venga in mente di dare a me del ‘ lobbista’ (non importa per quale gruppo editoriale) la dice lunga sull’ idea che il presidente della Fininvest si è fatta sull’ autonomia del Parlamento nel quale - conclude - evidentemente lui conta su molti ‘ amici’ , come la storia delle leggi radiotelevisive dimostra”.

BERLUSCONI BUSSA A PALAZZO CHIGI

ROMA - Tre quarti d’ ora seduto di fronte al presidente del Consiglio. Tre quarti d’ ora a parlare e a spiegare quali e quanti pericoli si preparino per le sue televisioni. E’ cominciata così, ieri, la giornata di Silvio Berlusconi. Un colloquio alle dieci del mattino con Carlo Azeglio Ciampi. “Aveva chiesto lui di essere ricevuto”, fanno sapere i collaboratori del presidente del Consiglio. E non si fa fatica a capire il perché. Da settimane, ormai, il presidente della Fininvest dice di sentirsi accerchiato, si dichiara vittima di iniziative dannosissime per la sua azienda e di campagne calunniose. Lamenta di essere attaccato su molti fronti. Ma in realtà uno gli sta particolarmente a cuore: quello della telepromozioni. Ed è a quello che Berlusconi ha dedicato ieri mattina buona parte dei suoi discorsi con Ciampi. Il regolamento che il Garante per l’ editoria Santaniello ha preparato e che è ancora al vaglio del Parlamento viene giudicato dalla Fininvest una vera e propria “stangata”, un colpo che sottrarrebbe alle casse aziendali la ragguardevole cifra di 430 miliardi all’ anno. Telepromozioni: parola complicata per indicare lo sbandieramento delle qualità di questo o quel prodotto a cura di popolari e strapagati divi del piccolo schermo, nel corso delle loro trasmissioni. Mike Bongiorno che inneggia al prosciutto cotto o alla saponetta, tanto per capirci. Quelle telepromozioni altro non sono che pubblicità, ha sentenziato il Garante. Stabilendo anche che, in quanto pubblicità, debbano sottostare agli stessi limiti che la legge impone agli spot veri e propri. Un taglio netto che in Fininvest stimano appunto in oltre 400 miliardi. Contro il Garante e le sue regole la Fininvest ha messo in campo tutta la sua potenza di fuoco e ha impegnato tutte le tv, tutti i giornali e tutte le star del gruppo (più alcune della Rai) per lanciare la campagna “Vietato vietare”, maliziosamente definita da qualcuno “la guerra di liberazione del prosciutto”. Ma il grande dispiegamento di forze non è stato sufficiente ad ostacolare il cammino del provvedimento che ha già incassato il parere favorevole della commissione Politiche comunitarie di Montecitorio e della commissioni Lavori pubblici di Palazzo Madama e che tra una settimana passerà al vaglio (l’ ultimo) della commissione Cultura della Camera. E d’ accordo con le regole di Santaniello si è già detto il ministro delle Poste Pagani. A questo punto, prima di dover dare l’ addio a quelle centinaia di miliardi, Berlusconi ha tentato la carta Palazzo Chigi. Accompagnato dal suo plenipotenziario romano Gianni Letta, ieri mattina ha spiegato al presidente del Consiglio i problemi che si trova di fronte e si è detto disponibile a mediare, a cercare una soluzione che almeno riduca i danni per le sue tv. Probabimente ha ripetuto le parole pronunciate lunedì mattina a proposito delle prossime decisioni di Parlamento e governo: “Spero e penso che non ci siano risposte contrarie alla ragione e all’ apprezzamento del pubblico. Non credo che un’ istituzione politica possa mai andare contro ciò che è giusto. Sarebbero decisioni irresponsabili”. Dall’ altra parte del tavolo, Ciampi ha ascoltato ma non si è pronunciato né ha preso impegni. La questione, hanno riferito più tardi i suoi collaboratori, verrà affrontata dai ministri interessati. Dal canto suo, il capo del governo “non darà indicazioni” ai ministri. I ministri, plurale, dice Palazzo Chigi. La vicenda, evidentemente, non verrà affidata alle sole mani di Pagani. Ad affiancarlo con tutta probabilità ci saranno il ministro per i Rapporti col Parlamento Paolo Barile e quello per le Riforme Leopoldo Elia. Gli stessi che già si sono impegnati, a nome del governo, per la legge sui vertici Rai. L’ esecutivo ha due priorità, disse in quell’ occasione Barile: riforma elettorale e riforma della tv pubblica. E oggi, anche dopo gli ultimi sviluppi delle indagini della magistratura, è la questione del sistema radiotelevisivo nella sua interezza che si impone all’ attenzione del governo. Giovedì scorso, in Senato, il ministro Pagani si è impegnato anche a nome di Ciampi: la “revisione completa” della Mammì va affrontata “con immediatezza e determinazione”, ha detto. E ieri Berlusconi ha cercato di correre ai ripari facendosi ricevere a Palazzo Chigi. E qualche minuto dopo di lui nella sede del capo del governo è arrivato anche Pagani. Gran consulto in corso?, si sono chiesti in molti. Macché, si è affrettato a smentire il ministro. Lui era lì solo per vedere Manzella e Maccanico e non Ciampi: doveva parlare di poste e non di tv. - LOREDANA BARTOLETTI

SILVIO E ‘ LE SCATOLE CINESI’

MILANO - Di chi è mai la Fininvest? Ma di Silvio Berlusconi, no? Per arrivare però al Cavaliere, bisogna passare attraverso un filtro di ben 22 società, Holding Italiana Uno, poi Due, poi ancora Tre e così via, con poca fantasia, sino a Holding Italiana Ventidue. E alcune di quelle società, che nel gergo di commercialisti e finanzieri si chiamano “scatole vuote”, sono affidate a un paio di fiduciarie: la Servizio Italia della Bnl e la Parmafid di Milano. Facendo i conti d’ un così fitto e complicato intreccio di partecipazioni, si scopre che solo il 50,35% della Fininvest è in mano “direttamente” a Silvio Berlusconi, mentre il resto è gestito fiduciariamente dalla Servizio Italia (esattamente il 45,8%) e dalla Parmafid. I dati sono contenuti in una inchiesta pubblicata ieri da quotidiano cattolico Avvenire, ricca di novità (si sapeva da tempo delle 22 scatole, ma mai erano stati resi noti i numeri esatti sulle azioni affidate alle fiduciarie). Perché mai questo gioco di scatole cinesi? L’ Avvenire scrive di “misteri”, di “un fastidioso alone di scarsa trasparenza e di imbarazzante furbizia”; e anche se non vuole “cavalcare la tesi di quanti sospettano l’ esistenza di un misterioso socio occulto all’ origine delle fortune del Cavaliere”, il quotidiano rileva come le “scatole vuote” servano a procurare alle imprese robusti vantaggi fiscali, “un sistema perfetto per eludere le tasse”. Agli uomini di Berlusconi l’ inchiesta non è piaciuta affatto. In una lettera inviata al direttore dell’ Avvenire, la Fininvest Comunicazioni sostiene che “il cento per cento della proprietà del Gruppo fa capo direttamente e indirettamente alla famiglia Berlusconi”, ricorda che “da più di un decennio le Autorità e il mondo finanziario conoscono la struttura del capitale Fininvest”, ribadisce che le fiduciarie sono uno strumento “perfettamente legittimo”, afferma che “documenti e delucidazioni” sono stati forniti alla Consob, alle autorità Garanti e alla Guardia di finanza e, infine, che l’ inchiesta “non scopre nulla di nuovo e di men che legittimo”. Si tratterebbe insomma di “un volenteroso contributo all’ opera di disinformazione e di denigrazione che parte della stampa conduce contro Silvio Berlusconi per evidenti fini politici”. Fin qui la lettera. Ma gli uomini Fininvest fanno sapere che stanno valutando l’ opportunità di “azioni legali” contro chi volesse “strumentalizzare” la storia delle 22 società per insinuare sospetti su “soci occulti”. Le polemiche, dunque, non mancheranno. E saranno centrate, probabilmente, soprattutto sulle questioni fiscali: se il gioco dell’ incrocio tra guadagni e perdite di varie società è abitualmente praticato dalle imprese per non pagare troppe tasse sugli utili e l’ “elusione” fiscale è legittima (si chiama “elusione” il ricorso a tutte le scappatoie legali anti-tasse), le valutazioni cambiano quando l’ imprenditore, Berlusconi in questo caso, si mette a fare politica e proprio contro il “fisco esoso” lancia una delle sue prime campagne. Ma vediamo meglio la storia delle fiduciarie. Mediobanca, che ricostruisce strutture azionarie e bilanci delle principali società italiane, ha scritto, nel dicembre scorso, che “l’ intero capitale della Fininvest fa capo direttamente e indirettamente a Silvio Berlusconi”. E gli uomini Fininvest, forti del verdetto di Mediobanca, insistono: “Tutto chiaro, tutto del Dottore” (come ad Arcore viene chiamato, con deferenza, Berlusconi). Gli intrecci azionari sono comunque complessi: “Intrecci di quindici anni fa, forse prima o poi li cambieremo, ma finiamola con i sospetti, qui non c’ è nulla di misterioso”, sbotta Fedele Confalonieri, futuro presidente Fininvest quando Berlusconi deciderà di fare direttamente politica. Torniamo allora indietro di 15 anni, al giugno ‘ 78, quando due commercialisti, Armando Minna e Nicla Crocitto, costituiscono per conto di Silvio Berlusconi le 22 holding, che poi avranno come amministratore unico Luigi Foscale, zio di Berlusconi e padre di Giancarlo Foscale, attuale presidente della Standa. Sempre in quel ‘ 78, due fiduciarie della Bnl (allora presieduta dal socialista Nerio Nesi, poi sostituito nell’ 89 da un altro socialista, Giampiero Cantoni) e cioè la Servizio Italia e la Saf sono coinvolte nella nascita della Fininvest Roma, che incorporerà Fininvest Milano. La “Servizio Italia” è stata usata finora, visto che ha la gestione fiduciaria (”gestione statica, senza fare operazioni”, si precisa alla Bnl) del 42% del capitale Fininvest, cui va aggiunto un altro 3% se si considera il 55% della Holding Italiana Settima, per arrivare dunque al 45% di cui dicevamo all’ inizio. Sulla scena c’ è anche la Parmafid, fiduciaria con sede a Milano, in via Sant’ Orsola 2 e il cui amministratore è Roberto Massimo Filippa, commercialista: di Fininvest, la Parmafid ha in gestione il 49% della Holding Italiana Uno e il 10% delle Holding Due, Tre, Quattro, Cinque, Ventuno e Ventidue. Fatte le somme, poco più del 4% della Fininvest. E i conti così tornano. Perché mai il gioco di holding e fiduciarie? Una spiegazione la si può trovare considerando tre società di questo groviglio e cioè la Nodit, la Sodif (ex Gaumont Italia) e la Videotrading (ex Costa, una “bara fiscale” della Costa armatori, comprata da Berlusconi nell’ 87): erano tutte e tre cariche di perdite e gli utili dei primi anni, abbastanza robusti, ottenuti con i diritti televisivi pagati dalle reti Fininvest, sono stati compensati in buona parte dalle perdite: in pochi anni - aveva già scritto nel novembre ‘ 92 L’ Espresso - “180 miliardi sono transitati dalla Fininvest a Berlusconi senza subire imposte”. Tutto legale, naturalmente. Come succede in tante buone società. - di ANTONIO CALABRO’

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