The Economist – Dossier Berlusconi
(link al pdf della trad. italiana: http://www.perlulivo.it/2006-elezioni/miniarchivio/DossierEconomistitaliano.pdf )
(link al testo originale: http://www.societacivile.it/memoria/articoli_memoria/dossier_economist.html )
“Berlusconi è in Europa il caso estremo di abuso da parte di un capitalista della democrazia in cui vive e opera”, ha scritto l’Economist per spiegare i motivi per i quali il settimanale “capitalista per antonomasia” ha deciso di pubblicare il dossier con 28 domande rivolte al nostro presidente del Consiglio.
Ed è anche e soprattutto per questo, per capire le ragioni dello “scandalo” Berlusconi in Europa e nel mondo, che Libertà e Giustizia ha scelto di dare ai soci e ai simpatizzanti la possibilità di avere a disposizione sul sito, per tre mesi, l’unica versione completa disponibile in Italia del dossier per la quale ha acquisito dall’Economist i diritti. E’ ovvio che se arrivassero le risposte di Berlusconi le divulgheremmo immediatamente.
I giornali hanno già spiegato che il materiale raccolto dal settimanale è stato suddiviso in sei capitoli: i primi quattro sono sostanzialmente dedicati all’affare Sme e ai vari risvolti che riguardano la fallita vendita nel 1985 dell’industria agroalimentare, l’accusa di corruzione di due giudici romani, le differenze fra le dichiarazioni spontanee di Berlusconi nell’udienza del 5 maggio scorso e la ricostruzione del caso secondo il settimanale inglese, il tentativo di infangare Romano Prodi per aver portato a compimento, nel 1993, la vendita del settore alimentare della Sme (Cirio-Bertolli-De Rica), il ruolo attivo ed oscuro di un certo Fimiani. Il quinto capitolo affronta questioni relative agli altri nove processi che riguardano Berlusconi e il sesto i gravi silenzi che circondano gli esordi del Cavaliere nel mondo degli affari, le fonti dei finanziamenti, i rapporti con alcune banche, compresa la banca Rasini e la loggia P2. Su questo ultimo punto l’Economist chiede a Berlusconi perché abbia mentito sulla data della sua affiliazione.
Il dossier non contiene clamorose rivelazioni ma è destinato soprattutto a sottolineare tutto ciò che di non spiegato esiste nella carriera del premier, insistendo a chiederne conto. “Una accumulazione di problemi”, come ha detto il direttore Bill Emmott in una intervista all’Espresso, reso tanto più grave dallo “smisurato controllo dei media” e dal conflitto di interessi. Non era mai successo prima, in nessun paese del mondo: così come non potrebbe accadere altrove che tanto silenzio coprisse un passato così discutibile, sospetti tanto infamanti.
Libertà e Giustizia ringrazia i giornalisti dell’Economist e insieme a loro rimane in attesa di qualche risposta. (Sandra Bonsanti)
© The Economist Newspaper Ltd. – London 02/08/03
Traduzione di Lino Bianchi. Tutti i diritti della traduzione in italiano sono di “Libertà e Giustizia”. La riproduzione anche parziale è vietata.
________________________________________
Contenuti:
- Lettera aperta a Silvio Berlusconi
- Perché scriviamo una lettera aperta al presidente del Consiglio italiano
- La vicenda Sme
- Le sue dichiarazioni spontanee
- Le accuse a Romano Prodi
- La pretesa di una medaglia d’oro
- Gli altri suoi processi
- Gli esordi della sua carriera imprenditoriale
________________________________________
Lettera aperta a Silvio Berlusconi
30 Luglio 2003
Silvio Berlusconi
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Palazzo Chigi
370 Piazza Colonna
00187 Rome
30 Luglio 2003
Egregio Signor Berlusconi,
Le scrivo per rivolgerle alcune domande alle quali, penso, l’opinione pubblica abbia diritto a una risposta. Dato che questo non è più possibile nei tribunali italiani, tali domande dovranno essere poste e a esse dovrà essere data risposta in pubblico.
Il 18 luglio, il parlamento italiano ha approvato un disegno di legge che garantisce l’immunità dai processi penali alle cinque più alte cariche dello Stato, tra cui quella di presidente della Repubblica e presidente del Consiglio. Tale proposta è ora divenuta legge ed è applicabile persino nel caso in cui il processo sia iniziato prima che il titolare della carica sia stato eletto. L’effetto più immediato di questo nuovo provvedimento è che l’ultimo processo penale in cui Lei è coinvolto – il caso SME, che la vede accusato di corruzione dei magistrati – è stato sospeso sino a quando Lei non sarà più Presidente del Consiglio. E anche allora, il processo potrà essere riavviato solamente se Lei non verrà eletto a una delle altre cariche che godono della suddetta immunità. Tuttavia, questa legge è attualmente oggetto di discussione dinanzi alla Corte Costituzionale.
Il 28 Aprile 2001 pubblicammo un articolo il cui titolo di copertina era “Perché Berlusconi non è adatto a governare l’Italia”, al quale vennero dedicate quattro pagine intitolate “Una storia italiana”. L’11 Aprile 2001 Le inviammo una lettera contenente 51 domande, affermando che: “entro breve tempo, The Economist intende pubblicare un servizio sulla Sua carriera imprenditoriale e sulle varie indagini effettuate dalla magistratura italiana negli ultimi sette anni che riguardano Lei personalmente e le Sue società”. Lei non rispose.
Il 2 Maggio 2001, Lei presentò una citazione per diffamazione contro The Economist al Tribunale di Roma. Come saprà, il tribunale non si è ancora pronunciato sulla vertenza.
Alla luce di quanto sopra, Le scriviamo questa lettera aperta e la sollecitiamo a rispondere alla nostra ulteriore serie di domande in modo analogamente aperto e pubblico. La nostra lettera comprende i seguenti sei paragrafi:
1. La vicenda SME
2. Le sue dichiarazioni spontanee
3. Le accuse a Romano Prodi
4. La pretesa di una medaglia d’oro
5. Gli altri suoi processi
6. Gli esordi della sua carriera imprenditoriale
Restiamo in attesa della Sua cortese risposta,
Distinti saluti
Il direttore di The Economist
Bill Emmott
torna su
________________________________________
Perché scriviamo una lettera aperta al Presidente del Consiglio Italiano
Ai suoi già molti talenti, ultimamente Silvio Berlusconi ha aggiunto quello dell’ironia. Il presidente del Consiglio italiano ha iniziato il proprio mandato di presidente del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea con un botto, paragonando un europarlamentare tedesco a una guardia di campo di concentramento nazista. Molti non colsero la battuta. E il pasticcio che ne seguì con il governo tedesco ebbe un effetto paradossale: distolse totalmente l’attenzione dalla risonante accusa mossa dall’eurodeputato, secondo il quale Berlusconi avrebbe sfruttato la propria maggioranza in parlamento per sottrarsi alla legge.
Poiché questo è effettivamente ciò che ha fatto. Bersagliato da una serie di inchieste e processi giudiziari all’epoca del primo mandato, nel 2001, Berlusconi è riuscito a sconfiggere pubblici ministeri e tribunali. Si è assicurato la derubricazione dell’imputazione di falso in bilancio, con effetto retroattivo, determinando così la prescrizione delle accuse a suo carico. Ha tentato di cambiare le regole sull’ammissibilità dei documenti ottenuti oltre confine – dalla Svizzera – e di far spostare altrove la competenza per il suo ultimo importante processo penale. Infine, non riuscendo nel proprio intento con questi strumenti, ha fatto in modo di introdurre una legge che rende il presidente del Consiglio e le altre alte cariche del paese immuni dai procedimenti penali per l’intera durata del loro mandato. Quale capo di governo eletto democraticamente, con serie e gravose responsabilità verso i cittadini, Berlusconi ha dichiarato che non avrebbe dovuto essere sottoposto all’indegnità di un processo. La scorsa settimana il suo ministro della Giustizia Roberto Castelli si è spinto ancor oltre, tentando di bloccare un’indagine giudiziaria su una presunta frode fiscale della maggiore società di media di Berlusconi, causando una violenta reazione nella coalizione di governo. (Questa settimana ha dovuto cedere). Persino essere indagato è un affronto alla dignità del Presidente del Consiglio.
Non può essere immune dall’opinione pubblica
In base a questa tesi, quindi, un presidente del consiglio al servizio del proprio paese dovrebbe render conto al tribunale dell’opinione pubblica e non ai tribunali della giustizia. Quindi, nel tentativo di far sì che Berlusconi effettivamente risponda all’opinione pubblica, The Economist questa settimana ha deciso di sfidarlo. Abbiamo redatto un consistente dossier sui presunti atti illeciti da lui commessi, corroborato da prove documentali. In particolare, per quanto concerne la causa penale che ha portato all’approvazione della legge sull’immunità, e che riguardava la presunta corruzione di magistrati nel tentativo di bloccare la cessione della società alimentare statale SME, le prove che abbiamo raccolto sono in netta contraddizione con le dichiarazioni asseritamente basate su fatti, che Berlusconi rilasciò in tribunale il 5 Maggio di quest’anno, proclamando la propria innocenza.
Noi crediamo che Berlusconi, avendo effettuato dichiarazioni che sembrano essere in conflitto con le prove, debba spiegare pubblicamente perché tali prove sarebbero sbagliate. Perciò, per quanto concerne il caso SME e gli altri processi, abbiamo deciso di inoltrare l’intero dossier al Presidente del Consiglio Italiano, a Palazzo Chigi a Roma, sotto forma di lettera aperta, incitandolo a rispondere alle nostre molte domande. Il dossier completo, compreso il paragrafo relativo al caso SME e alle dichiarazioni rilasciate a Maggio, sono disponibili qui. Attendiamo con ansia la sua risposta.
Perché tanta importanza a Berlusconi
Alcuni lettori che ricordano il nostro articolo investigativo su Berlusconi pubblicato il 28 Aprile 2001, dove affermavamo che non era adatto a governare l’Italia, potrebbero chiedersi perché continuiamo a indagare sul suo conto e a porre domande. A chi importa se l’Italia è governata da un uomo indagato dai magistrati per riciclaggio di denaro e accusato dai pubblici ministeri di essere uno spergiuro, un falsificatore di rendiconti aziendali e un corruttore di giudici, tra le altre cose? Evidentemente importa allo stesso Berlusconi, dato che ha intentato una causa per diffamazione contro di noi a seguito dell’articolo del 2001: probabilmente pensa che queste accuse danneggino la sua reputazione, e (visto che porta avanti la causa) che i tribunali siano adatti a tutelarla, anche se vuole l’immunità da altri processi. La nostra modesta causa, tuttavia, è irrilevante rispetto alle altre questioni di ben più ampia portata.
Queste hanno avuto origine dagli sforzi di Berlusconi di porsi al di là della legge, e quindi di sottrarsi sia alle indagini sia alle pene. Tali questioni comprendono la serie di attacchi che il governo Berlusconi ha lanciato contro la magistratura, tra cui le minacce di provvedimenti penali contro giudici e pubblici ministeri e, più recentemente, contro i pubblici ministeri che conducono il caso SME. Inoltre, quando pubblicammo il nostro primo articolo nel 2001, molti dei procedimenti in cui Berlusconi era coinvolto si trovavano in una fase iniziale. Da allora, uno dei processi, quello riguardante l’acquisizione del gruppo editoriale Mondadori, si è concluso con la condanna del suo intimo amico e avvocato, Cesare Previti (che ricorrerà certamente in appello), a undici anni di reclusione per corruzione di magistrati. Dato che la sentenza lo dichiara colpevole di aver corrisposto tangenti a diretto beneficio di Berlusconi, The Economist ritiene che il Presidente del Consiglio debba spiegare all’opinione pubblica cosa è (o non è) accaduto. Al contrario, questi è riuscito a eludere il processo grazie alla prescrizione.
Ciò va ben oltre una semplice questione di orgoglio politico, arroganza o tergiversazione. Il processo SME, dal quale ora il presidente del Consiglio ha ottenuto l’immunità per la durata del suo mandato, ha aperto una finestra sulle pratiche imprenditoriali di Berlusconi. Il processo riguardava un riuscito tentativo da parte di Berlusconi di bloccare, nel 1985, la vendita della SME, la conglomerata alimentare di proprietà dello stato, a un altro imprenditore italiano, Carlo De Benedetti, vendita per la quale era già stato redatto e firmato un contratto. Al di là delle accuse su quanto avvenne, forse l’aspetto più significativo della vicenda SME è che né Berlusconi né le sue società beneficiarono direttamente del blocco della cessione. Infatti egli non acquistò l’azienda al posto di De Benedetti, né lo ha fatto finora. Ciononostante, fece di tutto per impedire a quest’ultimo di acquisirla.
Perché? Per ammissione dello stesso Berlusconi, così gli era stato chiesto dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. I motivi erano allora ideologici? No: il defunto Craxi era segretario del Partito Socialista e Berlusconi, da fautore, quale si proclamava, del libero mercato, avrebbe dovuto essere favorevole alla privatizzazione. La vera ragione è che Craxi aveva promulgato un decreto che consentiva alle televisioni di Berlusconi di costruire le reti nazionali che oggi gli danno il quasi totale monopolio della televisione privata. Un altro processo, conclusosi nel 2000, constatò che nel 1991-92 le società di Berlusconi avevano effettuato elargizioni illecite sui conti correnti controllati da Craxi per un totale di 23 miliardi di Lire (allora 18,5 milioni di dollari). In altre parole, per Berlusconi la politica è stata uno strumento per favorire il proprio successo imprenditoriale.
E continua a esserlo. Il governo Berlusconi ha presentato un nuovo disegno di legge sulle comunicazioni, in virtù del quale le reti televisive statali verrebbero privatizzate in modo tale da non entrare in competizione con le sue televisioni, permettendogli di ampliare il proprio impero mediale. Non si tratta qui del ricco imprenditore che vuole impiegare il proprio talento per riformare l’Italia, accrescendo la sua importanza nel mondo, sebbene non vi siano dubbi sulla sua sincerità quando egli afferma di volerlo fare. Si tratta piuttosto di un ricco imprenditore che utilizza il proprio potere politico per favorire le proprie attività economiche, sia vanificando le indagini giudiziarie a suo carico, sia approvando nuove leggi e disposizioni per il proprio interesse. Per questo The Economist si interessa a Berlusconi, ritenendolo sia un oltraggio al popolo italiano e al suo sistema giudiziario, sia l’esempio più estremo in Europa di abuso da parte di un capitalista della democrazia in cui vive e opera. Lungi dall’essere, come sostiene, l’uomo che crea una nuova Italia, egli è un illustre rappresentante e perpetuatore del peggio della vecchia Italia. Ironico, davvero.
torna su
________________________________________
La vicenda SME
Questa sezione introduttiva prende in esame il processo rispetto al quale Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio italiano, può avvalersi dell’immunità per tutto il suo mandato, grazie alla legge recentemente approvata dal suo governo. Nella seconda sezione pubblichiamo le dichiarazioni di Berlusconi rilasciate in tribunale il 5 Maggio 2003, ma non sotto giuramento. Dato che il tribunale non può più giudicarlo, invitiamo i lettori a decidere se la sua versione concorda con i fatti.
Le accuse
Nell’ultimo processo che deve affrontare, Lei deve rispondere dell’accusa di corruzione di magistrati. Tra i coimputati figura Cesare Previti, suo intimo amico, senatore di Forza Italia e ministro della Difesa nel suo primo governo, nel 1994. I magistrati sospettati di aver ricevuto pagamenti sono Filippo Verde e Renato Squillante, entrambi in passato in servizio presso gli uffici giudiziari di Roma.
Nel corso delle indagini sulla fallita cessione della SME, la conglomerata alimentare di proprietà della Stato che Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano, avrebbe voluto acquisire nel 1985, i magistrati scoprirono un pagamento effettuato dalla All Iberian, una società offshore segretamente posseduta dalla Fininvest, la società al vertice di tutto il Suo impero finanziario.
Nel marzo 1991 la All Iberian aveva versato 434.404 dollari sul conto di Previti denominato Mercier, presso la banca Darier Henscht & Cie di Ginevra, attraverso due conti di transito chiamati Polifemo e Ferrido. Il giorno successivo, lo stesso importo fu trasferito dal conto di Previti a un altro conto intestato a Rowena Finance, una società panamense titolare di conti bancari in Svizzera. Il beneficiario effettivo di Rowena Finance era Squillante.
Alla fine del 1999, Lei e Previti siete stati accusati di corruzione nei confronti di Squillante e di Verde, il quale, insieme ad altri due colleghi giudici del tribunale di primo grado di Roma, emise una sentenza controversa che impedì a De Benedetti di acquistare la SME.
Il 30 maggio 2003, il pubblico ministero ha chiesto 11 anni di reclusione per Previti e Attilio Pacifico, 11 anni e 4 mesi per Squillante e 4 anni e 8 mesi per Verde. Non vi è stata alcuna richiesta di condanna nei Suoi confronti, perché il 16 maggio il Tribunale aveva decretato che il Suo processo avrebbe dovuto continuare in separata sede, a causa dei Suoi importanti impegni come presidente del Consiglio e prossimo presidente dell’Unione Europea.
In questo processo, Lei si trova in una posizione davvero unica. Come presidente del Consiglio, Lei è una delle parti civili, mentre come cittadino Silvio Berlusconi, Lei è un imputato. Il 6 giugno l’avvocato di Stato Domenico Salvemini, che La rappresenta nella Sua veste di presidente del Consiglio, ha chiesto ai giudici un risarcimento danni dell’importo di un milione di euro (1,17 milioni di dollari) a Suo carico (in quanto Silvio Berlusconi) e a carico di altri imputati. Alla fine della sua arringa, Salvemini ha affermato che la vicenda SME ha inflitto gravissimi danni alla credibilità della giustizia. “In ogni caso”, ha aggiunto, “le mie richieste, come tali, non sono esagerate, in quanto risultano da accordi e contatti che ho avuto con… l’ufficio della Presidenza del Consiglio”. Il 18 giugno, il parlamento italiano ha approvato un disegno di legge che garantisce l’immunità dai processi penali al presidente del Consiglio. Di conseguenza, il processo SME è stato sospeso per tutto il tempo della Sua carica. Tuttavia, la legge sull’immunità è stata impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale.
Il decreto sulle televisioni del 1984
Nel 1985, quando la vendita della SME a De Benedetti fallì, la Sua principale attività economica riguardava la televisione commerciale, di cui Lei si era assicurato il monopolio quasi totale.
Fino agli anni Settanta, soltanto la Rai, la televisione di Stato italiana, era autorizzata per legge a trasmettere su scala nazionale, ed era infatti la sola televisione nazionale. Ma negli anni settanta cominciarono a diffondersi le tv private. La Corte Costituzionale le regolamentò negli anni ottanta, decretando che le reti televisive private potevano trasmettere, ma soltanto su scala locale.
Lei trovò il modo di aggirare l’ostacolo. Acquistava programmi, soprattutto film e soap opera americani, li offriva a prezzi molto convenienti a piccoli canali televisivi regionali e incassava i ricavi derivanti dagli spazi pubblicitari pre-registrati che vi aveva inserito. Ogni canale di questo network embrionale aveva accettato di trasmettere gli stessi programmi negli stessi orari; in tal modo Lei si assicurò, di fatto, un pubblico nazionale.
Per poter eludere la legge e trasmettere su scala nazionale Lei necessitava dell’aiuto di Bettino Craxi, che divenne capo del partito socialista nel 1976 e presidente del consiglio nel 1983. Il 16 ottobre 1984, i magistrati di tre città italiane oscurarono le Sue stazioni televisive (e altre ancora) con l’accusa di trasmettere illegalmente.
Nel giro di quattro giorni, Craxi firmò un decreto che permise ai Suoi canali televisivi (e agli altri) di continuare a trasmettere. All’inizio del 1985, dopo qualche zuffa parlamentare, il decreto divenne legge.
Nel 1994 Craxi fuggì in Tunisia, dove morì nel 2000, come un latitante, braccato dalla giustizia italiana. Era stato condannato in contumacia a una pena detentiva per corruzione.
Retroscena del caso SME
Fino alla metà degli anni Ottanta, lo Stato controllava gran parte dell’economia italiana attraverso tre holding, di cui la maggiore era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Il volume di affari dell’IRI era considerevole, tuttavia l’istituto era in perdita e molto indebitato.
Nel novembre 1982, Romano Prodi, all’epoca un intraprendente e rispettato esperto di economia industriale di Bologna, divenne presidente dell’IRI. Cristiano democratico sui generis, era un precursore dei tempi: credeva nelle forze del mercato ed era a favore di una privatizzazione realistica. Sino ad allora, i politici avevano gestito l’IRI per acquisire voti; l’obiettivo di Prodi era di cedere quelle parti dell’IRI che il settore privato avrebbe potuto gestire più efficientemente.
Il miglior candidato alla vendita era un’azienda ormai divenuta uno zimbello nazionale, la Società Meridionale di Elettricità (SME), in cui l’IRI aveva una partecipazione del 64,4%. Originariamente un’azienda di pubblici servizi quotata in Borsa, nel 1962 il suo patrimonio fu acquisito direttamente dallo Stato. La SME aveva utilizzato i propri ricavi per dar vita a una nuova attività principale: un impero alimentare. Nei vent’anni successivi, SME era diventata una pattumiera in cui finivano società sull’orlo del fallimento, una conglomerata priva di qualunque base strategica. Si occupava della produzione di generi alimentari (pomodori tramite la Cirio, oli alimentari con la Bertolli e latte con la De Rica) e della loro distribuzione (supermercati Gs e ristoranti autostradali tramite Autogrill), nonché di gelati e surgelati (con Italgel).
La SME aveva inoltre sottoscritto un contratto per la gestione di un gruppo consociato, la Sidalm, proprietaria di aziende che producevano biscotti, crackers e pasticceria. La Sidalm era praticamente sull’orlo della bancarotta; nel 1984 aveva perso circa 47 miliardi di lire (allora intorno ai 27 milioni di dollari) e necessitava di un’iniezione di 30 miliardi per salvarsi dal fallimento.
La SME aveva manager capaci, come Giuseppe Rasero, proveniente dalla Unilever (un gigante anglo-olandese nel settore alimentare), assunto negli anni settanta come direttore generale del settore distributivo e nominato poi, nel 1982, direttore generale di tutta la SME. Ciononostante, una combinazione di politici, burocrati e joint ventures impedirono una vera e propria operazione di snellimento, tanto necessaria a quella conglomerata.
In ogni caso, questi manager riuscirono a cambiare qualcosa. Nel 1984 la SME denunciò profitti netti per 65 miliardi di lire su un volume di vendite di 2500 miliardi; un risultato mai raggiunto negli anni precedenti. Il bilancio consolidato del 1984 riportava un debito netto di 247 miliardi di lire e attività nette per 432. Il gruppo contava circa 15.000 dipendenti.
Il settore alimentare italiano era molto frammentato e operava soprattutto sul mercato nazionale. In altri paesi d’Europa, l’industria alimentare si stava consolidando in modo aggressivo, con la nascita di gruppi pan-europei, come Bsn Gervais-Danone (ora Danone), un gruppo francese. La Danone non era nemmeno lontanamente paragonabile alla Unilever per dimensioni, ma era molto più grande e forte della SME.
Prodi il privatizzatore
Secondo Prodi, un maggiore coinvolgimento del settore privato era essenziale, magari attraverso un partner. Non si riuscì a pervenire a un accordo con il candidato più ovvio, la famiglia Fossati, già partner in tre attività della SME (tra cui Alivar, una società quotata, che possedeva il 60% di Autogrill). All’inizio del 1985, tramite uno scambio di attività con la famiglia Fossati, la SME eliminò uno degli ostacoli alla razionalizzazione del gruppo e aumentò la propria partecipazione nella Alivar dal 50% al 92%.
Dopodiché la SME propose di incorporare l’Alivar, il cui 8% era ancora quotato in Borsa. Pertanto, era necessario stimare il valore della SME. All’inizio del 1985, un’autorevole esperto di valutazioni aziendali, il Professor Roberto Poli, stimò il 64,4% posseduto dall’IRI in 497 miliardi di lire e, quindi, il valore di tutta la SME in 772 miliardi di lire (allora 389 milioni di dollari).
La soluzione preferita da Prodi era la cessione totale della SME, insieme al gruppo consociato Sidalm, sull’orlo del fallimento. Ma c’erano tre problemi. Innanzitutto, per ragioni politiche, l’acquirente avrebbe dovuto essere italiano. In secondo luogo, i potenziali acquirenti avrebbero preferito scegliere solamente le parti redditizie della conglomerata, come l’Italgel. Infine, nel gennaio 1985, nessun gruppo alimentare italiano era in condizioni di acquisire la conglomerata. La Buitoni, un gruppo produttore di pasta e dolciumi, era sull’orlo del fallimento; la Barilla, specializzata in pasta e biscotti, era controllata da una famiglia svizzera, proprietaria di una fabbrica di armi; e la Ferrero, un gruppo dolciario allora con sede in Belgio, non aveva effettuato alcuna acquisizione in tutti i quarant’anni della sua esistenza. In altre parole, nessuna di queste società era interessata a raccogliere la sfida rappresentata dall’acquisto dell’intero gruppo SME.
Lei rese noto il Suo interesse per il settore alimentare già nel febbraio 1985. Il 3 aprile incontrò Rasero, il quale Le comunicò che l’IRI era esclusivamente disposta a vendere l’intera propria quota di partecipazione nella SME, per un valore di circa 500 miliardi di lire. A detta di Rasero, Lei rispose che il prezzo era troppo elevato per le Sue società.
Entra in gioco De Benedetti
Nel frattempo, De Benedetti, noto come un imprenditore poco ortodosso, stava cercando di diversificare le sue attività. Il suo gruppo, Compagnie Industriali Riunite (CIR), controllava l’Olivetti, una società di computer di cui la CIR aveva assunto il controllo alla fine degli anni settanta, quando versava in gravi difficoltà finanziarie. La CIR aveva risanato l’Olivetti con uno spietato taglio dei costi e intuendo che il futuro del computer sarebbe stato nei PC e non nei mainframe. Nel 1983, De Benedetti aveva anche coinvolto la AT&T, gigantesca società telefonica americana, che divenne un importante azionista dell’Olivetti, con grande disappunto del partito socialista di Craxi.
Lei possedeva già una considerevole quota di partecipazione nel quotidiano Il Giornale, e anche De Benedetti, come Lei, voleva possedere un giornale. Nell’ottobre 1984 non era riuscito ad ottenere il controllo del Corriere della Sera, uno dei due quotidiani a tiratura nazionale, che venne invece assunto da Gianni Agnelli, con il sostegno di Craxi, allora presidente del Consiglio. Senza perdersi d’animo, De Benedetti ottenne ben presto una modesta partecipazione nella Mondadori, co-proprietaria di Repubblica, l’altro quotidiano di tiratura nazionale, insieme a L’Espresso, editore dell’omonima rivista.
Siccome la CIR dipendeva da Olivetti, sentì la necessità di investire in un settore che potesse controbilanciare i rischi del mercato del PC, sempre più competitivo. Tale settore doveva possedere determinate caratteristiche compensative, quali rischi contenuti, mercati maturi e rilevanti flussi di cassa. L’industria alimentare rispondeva a queste esigenze.
Con un mossa squisitamente opportunistica, De Benedetti soffiò la Buitoni da sotto il naso alla Danone. Nel febbraio 1985, egli offrì alla famiglia Buitoni il 10% in più rispetto al gruppo francese per l’acquisizione della quota, concludendo l’affare in una serata. La CIR si rese presto conto di una cosa: la Buitoni e la SME sarebbero state un buon accoppiamento. La SME vendeva soprattutto sul mercato nazionale, mentre Buitoni era più orientata verso quello internazionale.
De Benedetti colse il momento. Alla metà di aprile contattò Prodi chiedendo se la CIR (tramite Buitoni) potesse comprare la SME. Inizialmente incontrò un secco rifiuto, ma alla fine riuscì a definire un accordo con Prodi (e i consulenti di entrambe le parti) nel corso di due lunghe faticose riunioni.
Il 29 aprile 1985 Prodi, per l’IRI, e De Benedetti, per la Buitoni, firmarono un accordo. La Buitoni accettò di pagare 497 miliardi di lire per acquisire dall’IRI la sua quota del 64,4% nella SME.. Il 30 Aprile, questo importo equivaleva a 1.107 lire per ogni azione SME, rispetto al prezzo di mercato di 1.275. Il prezzo di mercato era estremamente gonfiato, era salito quasi del 70% dal primo gennaio. Ma l’offerta della Buitoni rappresentava un incremento del 38% rispetto al prezzo medio registrato nei dodici mesi precedenti.
Come contropartita per le concessioni fatte da De Benedetti durante le trattative, il prezzo stabilito poteva essere pagato a rate. La Buitoni inoltre accettò di comprare, per una lira, la Sidalm in gravi difficoltà, nella quale avrebbe investito 30 miliardi di lire. L’unico impegno assunto da Buitoni fu di mantenere la sede principale della SME a Napoli. (Il 26 Maggio 1985, Buitoni promise anche che avrebbe tenuto la SME per 15 anni).
L’accordo prevedeva che la vendita fosse subordinata all’approvazione del consiglio di amministrazione dell’IRI. Fino ad allora i particolari delle trattative erano rimasti riservati a una stretta cerchia di persone nel tentativo di arginare l’insider trading. (il consiglio dell’IRI approvò la cessione all’unanimità il 7 maggio 1985).
Cibo per la mente
Prodi e De Benedetti annunciarono l’accordo con clamore in una conferenza stampa congiunta che si svolse il 30 aprile 1985. Il giorno successivo, Il Sole 24 Ore, autorevole quotidiano finanziario italiano, diede grande risalto alla notizia in prima pagina, dedicandole numerosi articoli nelle pagine interne. “20 ore attorno ad un tavolo, e poi l’accordo” era il titolo di testa.
Clelio Darida, Ministro delle Partecipazioni Statali, che Prodi aveva debitamente informato sulle trattative tra IRI e Buitoni, riferì a Il Sole 24 Ore di essere a favore dell’accordo. Renato Altissimo, Ministro dell’Industria, dichiarò che “la nascita del grande gruppo alimentare italiano” era per lui motivo di grande soddisfazione.
Prodi sottopose l’accordo a Darida. L’IRI nominò il Professor Luigi Guatri, un altro eminente esperto di valutazioni aziendali, per stimare il valore della propria quota nella SME. Nel suo resoconto del 4 maggio, Guatri concordò con la valutazione di Poli. Non si poteva definire un valore esatto, affermava la sua relazione, ma i 497 miliardi offerti da De Benedetti si avvicinavano ai valori di stima più elevati.
In una riunione di gabinetto svoltasi il 2 maggio, Craxi chiese a Darida di verificare se il prezzo fosse giusto e di redigere un rapporto sulla cessione. Il 9 maggio Craxi scrisse a Darida affermando che l’IRI aveva agito “in modo unilaterale e pregiudizievole” per non aver richiesto l’approvazione governativa prima del 29 aprile. Craxi voleva sapere se tutte le possibili offerte erano state considerate. Lo stesso giorno, Prodi chiese a De Benedetti di rinviare la conclusione dell’accordo al 28 Maggio, rispetto alla scadenza originaria del 10 maggio.
Il 23 maggio, il quotidiano La Stampa pubblicò un’intervista con Lei riguardante la SME. Il giornale riportò che Lei avesse dichiarato quanto segue: “Ora si cerca di promuovere l’immagine della SME come un gruppo eccezionale che De Benedetti acquisterebbe a un prezzo vantaggioso. In realtà, il risanamento della SME è a malapena iniziato, e [De Benedetti] dovrà liberare [il gruppo] dal peso di tanti anni di gestione politica…”.
Lo stesso giorno, improvvisamente, un poco noto avvocato di Roma, Italo Scalera, vecchio compagno di scuola di Cesare Previti, sottopose all’IRI un’offerta di 550 miliardi di lire per la SME e la Sidalm. L’offerta era stata fatta per conto di clienti anonimi, la cui identità, come affermò Scalera, sarebbe stata rivelata ad affare concluso. Darida chiese a Prodi di esaminare l’offerta.
Il 28 maggio, venne presentata un’ulteriore offerta. Questa volta proveniva dalle Industrie Alimentari Riunite (IAR), un consorzio tra la Sua Fininvest, la Barilla, guidata da Pietro Barilla, e il gruppo Ferrero, guidato da Michele Ferrero. La IAR offriva 600 miliardi di lire (con alcuni pagamenti rateizzati) per le quote dell’IRI nella SME e nella Sidalm. Siccome in precedenza né Lei né le altre due persone avevate mostrato alcun interesse per la SME, l’offerta era chiaramente una tattica per ostacolarne l’acquisto da parte di Buitoni. Un’offerta più alta fu inoltre presentata dalla Compagnia Finanziara Mercato Alimentari (Co.Fi.Ma), amministrata dall’imprenditore Giovanni Fimiani.
La privatizzazione della SME si tramutò ben presto in una farsa. Il 4 giugno, un importante banchiere della Swiss Bank Corporation di Londra, dove si trovavano molti azionisti della SME, inviò un irato telex al presidente della Consob, l’autorità che regolamenta il mercato mobiliare italiano: “Sembra davvero strano”, scrisse, “… che un accordo stipulato e sottoscritto tra quelle parti possa in seguito essere messo in discussione così pubblicamente. L’evidente caos … sta arrecando … danni incommensurabili alla reputazione dei mercati finanziari italiani”.
Il 9 giugno, L’Espresso pubblicò una Sua intervista, dove Lei affermava di non aver telefonato a Craxi per chiedergli di intervenire: “Al contrario, il fatto di essere amico del Presidente del Consiglio Craxi costituiva un ostacolo”.
Il governo dichiarò che bisognava considerare tutte le offerte per la SME e, il 15 giugno 1985, Darida emanò un decreto per bloccarne la vendita.
Dettagli, dettagli
In tutte queste macchinazioni, era stato trascurato un piccolo ma estremamente significativo dettaglio. Per anni, l’IRI, come richiesto dalle circolari ministeriali, aveva richiesto l’approvazione del governo per la cessione di società. Tuttavia, in base alla legge, questo non era necessario. Sabino Cassese, uno dei più illustri esperti italiani di diritto amministrativo, scrisse in un articolo pubblicato il 22 maggio 1985: “Le circolari ministeriali che concedono autorizzazioni – in passato accettate per debolezza o per il quieto vivere, oppure per ignoranza da parte della stessa IRI – sono illegittime, poiché si arrogano un potere senza alcun fondamento legislativo”.
Ciononostante, Prodi sottopose l’accordo al governo, forse proprio per una delle ragioni citate da Cassese. De Benedetti ritiene che Prodi, nell’aprile 1985, sapesse di non aver bisogno dell’approvazione del governo. Buitoni fece tempestivamente causa all’IRI per non aver rispettato l’accordo firmato il 29 aprile 1985.
In una causa promossa dalla Co.Fi.Ma, l’azienda di Fimiani, la Corte di Cassazione confermò, nel marzo 1986, l’interpretazione della legge sostenuta da Cassese. L’IRI non aveva bisogno di alcuna approvazione governativa per vendere la SME, affermò la Corte, in quanto IRI stessa era soggetta al diritto societario ordinario.
Ciò accadeva tre mesi prima che la Buitoni perdesse la causa dinanzi al Tribunale di primo grado nel giugno 1986. In quel Tribunale, tre giudici, presieduti da Verde, ora imputato nel processo SME, decisero che l’accordo della Buitoni con l’IRI non era efficace perché era soggetto all’approvazione del governo, che non era stata concessa.
La Buitoni perse anche dinanzi alla Corte d’appello nel febbraio 1987. Questa Corte criticò Verde e i suoi due colleghi giudici per la loro interpretazione della legge. Tuttavia, con una sentenza contorta, decise che, sebbene la legge non prevedesse l’approvazione governativa, sia la Buitoni sia l’IRI avevano espresso il desiderio di ottenere il benestare del governo per il loro accordo. Lo avevano fatto, dichiarò la corte d’appello, mediante una clausola di due righe nell’accordo del 29 aprile 1985, che, di conseguenza, non era vincolante. Nel luglio 1988, con una sentenza ancor più astrusa, anche la Corte di Cassazione stabilì che l’accordo non era valido.
In una propria comparsa depositata nel dicembre 1987 nella causa avviata dalla IAR, la stessa IRI dichiarò che “era completamente libera… di decidere se, come, quando, con chi e a quali condizioni concludere un contratto”.
Posto che non era necessaria alcuna approvazione governativa, non è inopportuno formulare delle ipotesi su come una persona che aveva ricevuto istruzioni di impedire la cessione della SME avrebbe potuto raggiungere il proprio obiettivo.
Dal punto di vista di una tale persona, l’accordo tra l’IRI e la Buitoni era dunque vincolante. Perciò l’unica tattica che le avrebbe permesso di riuscire nel proprio intento sarebbe stata di interferire con il corso della giustizia, non appena Buitoni avesse cercato di far valere l’accordo con IRI.
torna su
________________________________________
Le sue dichiarazioni spontanee (5 maggio 2003)
In Italia, un imputato in un processo penale ha diritto a fare “dichiarazioni spontanee”. Queste non avvengono sotto giuramento, e possono essere effettuate in qualunque fase del processo. In sostanza, sono un’opportunità per l’imputato di ottenere un’attenuante, ma questi non se ne può servire per muovere accuse non direttamente attinenti al processo.
Di seguito, riportiamo le sue parole tratte da una traduzione delle sue dichiarazioni spontanee, rilasciate il 5 Maggio durante il processo SME. Abbiamo editato la sua arringa, ma in modo obiettivo, crediamo. La trascrizione è disponibile sia in italiano che in inglese. Quanto segue, sono parole da Lei pronunciate, a eccezione delle parti comprese tra le parentesi quadre. Per chiarezza, abbiamo accostato le sue dichiarazioni iniziali a quelle finali, e abbiamo spostato il contesto di due suoi commenti, indicati in corsivo. Abbiamo inoltre segnalato i punti in cui sono state omesse sostanziose parti del suo discorso, utilizzando il simbolo (.).
Dichiarazioni di apertura
“…io ho ritenuto di cambiare il mio atteggiamento per quanto riguarda questa causa rispetto all’atteggiamento che avevo assunto precedentemente, e l’atteggiamento mio era di lasciare che la causa si svolgesse senza nessun mio intervento, avendo io il convincimento… di una completa capacità dei miei difensori di svolgere tutti i ragionamenti che avrebbero, a mio parere, potuto dimostrare ampiamente la paradossalità dell’accusa …Circa tre settimane fa i miei avvocati… mi dissero… che c’era stata una non ricezione delle richieste della mia Difesa di ascoltare alcuni testi che … sono… indispensabili…
“…avendo letto ieri sera, nella riunione che ho avuto con l’avvocato Ghedini e con l’avvocato Pecorella, per la prima volta, sembra incredibile ma mi sembrava così illogica, paradossale la vicenda che non avevo mai letto il testo di imputazione nei miei confronti, avevo saputo… che gli indizi a mio carico erano incerti e frammentari, quindi conoscendo bene la mia situazione non avevo dato alcun peso a questo procedimento. Beh, ieri sera ho visto che c’era addirittura un’ipotesi di un intervento mio o di altri soci, o in concorso con altri soci, su uno dei giudici che partecipò a queste cause intentate dalla Buitoni e che la Buitoni sempre perse con vantaggio per l’IRI.. [da pagina 18-19 della trascrizione]
Dichiarazioni conclusive
“Io credo quindi che ci sia la esigenza da parte della Corte di asseverare i fatti che io ho qui raccontato e credo che a questo punto, data anche l’attenzione che l’opinione pubblica ha ritenuto di dover accentrare su questo processo, ci sia da parte mia la necessità di essere presente alla escussione di questi testimoni per esercitare il mio diritto, il diritto di ogni cittadino, al contraddittorio. E credo che questo possa essere fatto, nonostante…. i pesanti impegni… non sono soltanto Presidente del Consiglio… ma faccio anche parte, dal primo di maggio, della troika europea che regge il Consiglio di Europa e che da qui alla fine dell’anno mi vedrò gravato dell’esigenza di 76 viaggi all’estero … ci saranno gli impegni della Presidenza del Consiglio …
Questo non toglie che io possa trovare … delle mattinate di libertà… in modo da dare la possibilità al Presidente del Consiglio e al cittadino Berlusconi di essere presente… ad esercitare quel diritto… al contraddittorio nei confronti dei testi che prego vivamente il Presidente della Corte di volere interpellare.… C’è quindi anche un giudizio che riguarda l’integrità e la moralità del Presidente del Consiglio …[la mia] condotta è assolutamente integerrima e voglio che da questo procedimento emerga quanto io ho qui affermato in quanto non è soltanto oggi qui a parlare l’imputato Berlusconi ma è anche il cittadino Berlusconi a cui la maggioranza del paese ha confidato la responsabilità e l’onere di governare il paese stesso. La ringrazio..
La fallita vendita della SME alla Buitoni
“Vorrei raccontare soltanto fatti senza dare opinioni, senza esprimere giudizi.…Il primo maggio 1985, mentre mi trovavo a Madrid… [fui informato] che c’era stata una vendita da parte dell’IRI della SME alla Buitoni di Carlo De Benedetti… e in particolare ci fu una telefonata molto tumultuosa, direi, dello scomparso Pietro Barilla, il quale mi disse che… quindici giorni prima… gli era stato risposto che l’IRI non riteneva di cedere la sua partecipazione nel [la SME] e mi chiese, mi pregò, data la mia amicizia e il mio rapporto di familiarità con l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, di cercare di ottenere per lui un appuntamento con il Presidente del Consiglio.
Io, ritornato a Milano, parlai con il Presidente del Consiglio, il quale… mi sembrò che non fosse particolarmente interessato alla vicenda stessa…
(.)
Il Presidente del Consiglio dopo qualche giorno mi chiamò e mi chiese di incontrarlo. L’incontro avvenne a Milano nel suo studio situato in piazza del Duomo e trovai una persona completamente diversa … usò frasi molto forti, direi anche molto colorite, e cominciò a raccontarmi la vicenda per come era riuscito ad appurarla, non solo attraverso.. il Sottosegretario Amato, ma anche attraverso … membri del Consiglio di Amministrazione dell’IRI che appartenevano alla sua parte politica.
Cominciò col definire sconvolgente, allucinante, scandaloso il modo con cui si erano condotte la trattative, un modo che diceva, e ricordo benissimo le parole, “a porte chiuse” e non a mercato aperto … disse che era scandaloso che… di queste trattative non fossero tenute a conoscenza, e neppure della volontà di vendere la SME,… i membri del Consiglio di Amministrazione [dell’IRI]; definì scandaloso il fatto che l’IRI avesse dato risposte negative a protagonisti dell’alimentare italiano, e mi citò nell’ordine Buitoni, di cui peraltro mi aveva riferito anche Pietro Barilla nella telefonata che mi fece in Spagna.
A questo proposito faccio un piccolo passo indietro… Bruno Buitoni… avrebbe affermato di essere anche disposto a vendere la Buitoni… all’IRI… ma riferì anche a Barilla… che De Benedetti si era determinato a comperare [Buitoni] perché gli aveva fatto capire di essere ormai sicuro di avere nella propria possibilità di acquisto … e disse… riferì il termine esatto, mi sembra di ricordare che fosse di “avere già in tasca” la SME. Quindi anche questo fu riferito al Presidente del Consiglio che definì inaccettabile questo comportamento. E poi mi citò anche… quanto gli aveva riferito il Ministro Altissimo.. [riguardo alla] offerta di una multinazionale americana, la Heinz, la quale chiedeva di comperare la SME… ed ebbe da [Prodi] una risposta negativa. E in quell’occasione [Prodi] disse che per il comparto agricolo italiano l’alimentare detenuto dalla SME era ritenuto strategico e quindi incedibile. [Prodi] fece anche una valutazione… del valore della SME da 1.300 a 1.500 miliardi [di lire], ricordandogli che la SME era lo scrigno, la cassaforte in cui erano detenuti i principali marchi storici italiani…
(.)
Riferì di Altissimo che gli aveva raccontato questo colloquio con [Prodi]. Riferì di un altro intervento del Presidente della Commissione Bilancio dell’epoca … che anch’egli era intervenuto su Romano Prodi all’inizio dell’anno e che aveva ricevuto identica risposta negativa sulla volontà della SME … [Craxi] quindi riteneva che davvero non si potesse accettare un comportamento di questo tipo e che le dismissioni, che lui considerava in quel momento una vera e propria spoliazione del patrimonio dello Stato contro un regalo, un arricchimento indebito a un privato cittadino, non potesse avvenire in quel modo. E poi definì in maniera ancora più forte il prezzo che era stato concordato… 497 miliardi di [lire]…
…“E’ impossibile che un affare di questo tipo si sia trattato in due sole sedute presso Mediobanca” mi disse di essere stato informato che alcuni dirigenti di IRI… si offesero e abbandonarono la riunione lasciando soltanto [Prodi], che poi combinò l’affare con De Benedetti”. [da pagina 14 della trascrizione]
…Aggiunse Craxi che si era venuti meno a quello che è una regola universale, che non ha mai subìto eccezioni, che la valutazione doveva essere fatta con un’aggiunta di un premio di maggioranza, dato che si vendeva la maggioranza dell’azienda”
(.)
Ciò che Lei ha fatto e perché lo ha fatto
E come concluse Craxi? Craxi disse: “E’ un danno per lo Stato, è una spoliazione inaccettabile… c’è un solo mezzo ed è quello di far pervenire all’IRI un’offerta che sia sensibilmente più elevata di quella contenuta nel contratto con la CIR. E io so che Barilla si sta attivando per mettere insieme una cordata di industriali” mi disse, “… Darida… [ha chiesto] … che fosse spostato il termine dell’esecuzione del contratto dal 10 maggio al 28 di maggio, questo ho ottenuto, quindi c’è un tempo molto breve per fare arrivare all’IRI un’offerta che sia migliorativa rispetto al prezzo concordato con la CIR”…
E aggiunse: “io ti prego di intervenire direttamente a fianco di Barilla, so che ci sono altri industriali che sono interessati”, mi disse che anche Ferrero, non solo Barilla, non solo Buitoni si era fatto avanti. “Quindi…” dice “… so che si sta attivando un commercialista, certo dottor Locatelli di Milano, … ti prego contattalo e mettiti in campo, magari facendo intervenire anche la Fininvest nella cordata, al fine di arrivare a presentare entro quella data, il 28 di maggio, un’offerta assolutamente migliorativa rispetto all’offerta della CIR”
Io feci presente che… erano venuti proprio da me due importanti dirigenti [IRI] (Lei disse CIR ma supponiamo intendesse dire IRI)… Avevo chiesto [loro] se fosse in programma una cessione da parte dell’IRI della SME, l’avevano tassativamente escluso… Quindi raccontai questa cosa al Presidente del Consiglio, ma lui mi pregò ugualmente, anche se non c’era a quel punto nessun mio interesse diretto nell’acquisizione della SME né di alcuna delle aziende che fossero della SME, mi pregò, in maniera molto, molto affettuosa ma pressante, di mettermi a disposizione e di sentire subito [Pietro] Barilla, e di vedere, di ascoltare questo dottore commercialista e di mettermi in campo con la mia concretezza …
Io alla fine lo feci e devo dire anche che non mi pesò più di tanto perché avevo qualche conto aperto col signor De Benedetti che partecipava al gruppo La Repubblica-Espresso che mi attaccava non un giorno sì e un giorno no, ma mi attaccava praticamente tutti i giorni…
Quindi mi misi subito in contatto con Locatelli… Incaricai allora, in sintonia totale con Pietro Barilla, un avvocato di Roma [Scalera] di presentare all’IRI un’offerta migliorativa, (mi ricordo che fu di circa 50 miliardi [di lire] il miglioramento, mi sembra che l’offerta fosse di 550 miliardi [lire]), come si può fare in nome e per conto di persone da indicare successivamente … Questa offerta fu indirizzata il 23 di maggio…
(.)
Fissammo quindi un incontro presso la sede Ferrero di Torino o di un paese vicino a Torino, ci recammo lì tutti quanti insieme e stilammo un telex che nella stessa serata, era l’ultimo giorno, il 28 di maggio, fu inviato da noi all’IRI… E qui direi che è la tappa più importante di questa situazione, io in quel momento avevo praticamente adempiuto al mandato ricevuto dal Presidente del Consiglio, si era fermato un itinerario che avrebbe portato al perfezionamento del contratto, e… [erano state presentate] offerte sensibilmente superiori al prezzo di cui trattavasi nel preliminare con la CIR. E quindi l’intera vicenda si arrestò.
Successive cause e sentenze
“Il contratto stipulato tra Prodi e la CIR non ebbe esecuzione, si presentarono altri interessati all’acquisto, fra l’altro si presentò il dottor Fimiani di una società di cui non ricordo il nome, che anche in questi giorni mi ha telefonato, e anzi io prego i miei avvocati di mettere agli atti, di consegnare alla Corte, la lettera, i documenti che lo stesso dottor Fimiani mi ha indirizzato. La sua offerta era di 620 miliardi, quindi superiore anche alla nostra offerta.
(.)
C’erano state delle critiche molto forti da parte di tutta la sinistra, c’era stata anche – e mi fu anche dichiarata nell’incontro che ebbi con il Presidente Craxi – una voce che, Craxi mi disse, era supportata da indizi, a suo dire, molto precisi di tangenti nei confronti… di una corrente… [del partito di maggioranza]… Amato mi disse senza mezzi termini di avere…. prove di questa possibilità, che era l’unica spiegazione possibile ad un regalo così enorme ad un privato cittadino con un danno così rilevante da parte dello Stato …
Si iniziò poi da parte di De Benedetti una serie di giudizi, di chiamate in causa dell’IRI, perché De Benedetti sosteneva la validità di quel documento formato da Prodi, io credo che la CIR avesse ben chiaro che Prodi era un falsus procurator, cioè non aveva i poteri per firmare quel contratto, tanto è vero e credo che Prodi l’avesse confidato a De Benedetti, altrimenti non si capisce come successivamente la CIR stessa non abbia convocato in giudizio Prodi …
Comunque De Benedetti iniziò una serie di cause … senza la mia partecipazione … la IAR [Industrie Alimentari Riunite] tuttavia nella sentenza finale fu addirittura, o in corso d’opera, estromessa da quel giudizio. De Benedetti ricorse anche all’appello, anche qui la IAR fu considerata parte in causa, ma le fu dato torto, De Benedetti ricorse in Cassazione [l’ultima corte di appello]…
(.)
I giudici che parteciparono e che dissero questi no [a Buitoni] furono addirittura 15… quindi mi sembra assolutamente strano che si possa pensare che uno di questi giudici fosse influente nell’arco di tutta la decisione, che è una decisione, mi sembra, inappuntabile incriticabile dal punto di vista sia giuridico che oggettivo.
(.)
Ci fu un solo mio intervento nell’88 quando, essendo ormai le cause, cause per cercare di ottenere dall’IRI, che era stata avvantaggiata dall’intervento in causa della IAR ed era l’unica che poteva avere un vantaggio… i vantaggi potevano essere per l’IRI perché manteneva la SME nel suo dominio, nella sua proprietà e non avrebbe dovuto… cederla alla CIR
Questo stabilì il primo grado e il Tribunale in tutti i gradi di giudizio, e caso mai doveva essere [Prodi] che, proprio grazie alla statuizione del Tribunale che affermò come l’impegno [dell’IRI] fosse semplicemente un impegno preliminare e non un contratto definitivo, si vide tutelata la posizione rispetto a possibili richieste… da parte della CIR nei suoi confronti per responsabilità contrattuali.
(.)
Ecco, credo che questo sia tutto, credo che questi siano assolutamente fatti.
La nostra domanda
Come concilierebbe le Sue dichiarazioni spontanee del 5 maggio 2003 con il nostro resoconto basato su fatti reali, relativo alla fallita vendita della SME alla Buitoni da parte dell’IRI nel 1985?
torna su
________________________________________
Le accuse a Romano Prodi*
Nel maggio 1993, Prodi fu rinominato presidente dell’IRI e ricevette il mandato di privatizzarne dei tronconi. Ereditò un piano per la vendita della SME in tre divisioni. Nell’ottobre del 1993, vendette la divisione alimentare, Cirio Bertolli De Rica (CBD), alla Fis.vi, un consorzio agricolo. Una clausola nel contratto d’acquisto, consentiva a quest’ultimo di vendere Bertolli, il settore degli oli commestibili, alla Unilever, come del resto la Fis.vi fece. Goldman Sachs era il consulente di Unilever, presso la quale Prodi aveva svolto funzione di consulente internazionale dal 1990 al maggio 1993. Nell’ottobre del 1993, Prodi cedette anche l’Italgel, la divisione per la produzione di gelati, alla Nestlé.
Prodi lasciò l’IRI nell’aprile del 1994, entrò in politica nel 1995 e rivestì la carica di Presidente del Consiglio dal 1996 al 1998. La privatizzazione della SME si concluse nel 1996, procurando un ricavo totale di 2.050 miliardi di lire. Le ultime cessioni riguardarono i supermercati GS e Autogrill.
Ben presto fu avanzata la tesi che se le società della divisione CDB fossero state cedute separatamente, l’IRI avrebbe ottenuto un miglior prezzo di vendita. Di conseguenza, i magistrati indagarono sulle cessioni e sul ruolo di Prodi nelle stesse. Nel dicembre 1997, un giudice dell’udienza preliminare concluse che non si poteva formulare alcuna accusa poiché “i fatti non sussistevano”. Questi dichiarò inoltre che l’IRI non aveva subito perdite e tanto meno la Fis.Vi aveva ricavato un profitto, e che se la CBD fosse stata venduta a pezzi, l’IRI avrebbe ottenuto di meno.
Simili ipotesi furono avanzate anche sulla cessione di Italgel. Nel 1997 venne avviata una nuova indagine a Roma, che terminò nel marzo del 1999 senza capo d’imputazione, essendo le accuse infondate.
Alla fine del 1999, Prodi era presidente designato della Commissione Europea, ma non ancora nominato formalmente, il che implicava un lungo processo. Il 12 giugno 1999, il Daily Telegraph, un quotidiano britannico, pubblicò un articolo sull’attività professionale di Prodi, al quale ne seguirono altri due. Il primo articolo sosteneva che, tra il 1991 e il 1995, Prodi aveva ricevuto compensi per un totale di 1,4 milioni di sterline per i suoi servizi di consulenza, che aveva omesso di dichiarare durante la sua funzione pubblica, in possibile violazione della legge italiana. Affermava inoltre che sia Goldman Sachs che Unilever erano clienti di una società di consulenza (ASE) appartenente a Prodi e alla sua consorte. (Unilever non era cliente dell’ASE. Dal marzo 1990 al maggio 1993, quando ancora non svolgeva funzione pubblica, Prodi agiva come consulente per Goldman Sachs. Tra il 1991 e il 1995, l’ASE aveva ricevuto complessivamente 3,1 miliardi di lire da Goldman Sachs, comprensivi dei bonus pagati nel 1993 e 1994 per un importo di 1,45 miliardi, che erano però relativi al periodo precedente il maggio 1993).
Secondo i magistrati italiani, l’articolo insinuava che Prodi non avesse dichiarato 1,4 milioni di sterline al fisco. Lasciava intendere (correttamente) che i compensi pagati da Goldman Sachs all’ASE erano nettamente aumentati nel 1993, ma asseriva che “gli elevati pagamenti del 1993 causano perplessità, poiché Prodi [quell’anno aveva venduto la CBD] e suoi ex pagatori presso Goldmans Sachs [avevano fornito consulenza agli acquirenti]… Il gruppo [CBD] fu ceduto per la metà del suo valore effettivo a una società paravento… e immediatamente in parte rivenduto a un altro degli ex pagatori di Prodi, ….Unilever (l’altro cliente ASE di Prodi)”. Il Giornale, di proprietà di Suo fratello Paolo, pubblicò alcune accuse del Daily Telegraph contro Prodi.
A causa dell’articolo del Daily Telegraph, i magistrati di Bologna, sede dell’ASE, chiesero alla Guardia di Finanza di verificare se Prodi e l’ASE avessero compilato adeguatamente le rispettive denunce dei redditi. La Guardia di Finanza concluse che erano corrette, come confermarono anche i magistrati.
I magistrati di Roma eseguirono indagini per verificare se i compensi da parte della Goldman Sachs potevano essere collegati alla vendita della CBD. Conclusero che tutti i compensi riguardavano esclusivamente i servizi di consulenza di Prodi, e che egli aveva interrotto i rapporti con la Goldman Sachs nel maggio del 1993. Nella relazione scritta destinata al giudice delle indagini preliminari, datata 11 marzo 2002, i magistrati di Roma dichiararono che le stesse accuse mosse dal Daily Telegraph erano contenute nel libro di Ferdinando Imposimato, un ex giudice italiano, dal titolo “Corruzione ad alta velocità”.
Imposimato riferì ai giudici che la sua fonte di informazioni era Ambrose Evans-Pritchard, il giornalista del Daily Telegraph che aveva scritto l’articolo su Prodi. Imposimato affermò che EvansiPritchard gli aveva mostrato due annotazioni, una datata 12 agosto 1993 e l’altra 26 novembre 1993, che lui citò nel suo libro. Secondo Imposimato, queste annotazioni avrebbero mostrato una collusione tra Prodi, Unilever e Fis.Vi, ma lui non ne aveva copia. I magistrati affermarono che Evans-Pritchard non aveva risposto alle loro domande e non aveva inviato un memorandum relativo alle due annotazioni, come invece aveva promesso. Evans-Pritchard dichiarò di non aver risposto alle loro domande poiché aveva l’impressione che indulgessero in un inutile esercizio, senza l’intenzione di andare al fondo della questione.
Imposimato riferì ai magistrati che era stato il Signor Fimiani a consegnare le due annotazioni a Evans-Pritchard. Così essi conclusero che “probabilmente” Fimiani era una delle due fonti del giornalista. Effettivamente giunsero anche alla conclusione che i “leggendari documenti” presumibilmente forniti da Fimiani a Evans-Pritchard erano stati, con ogni probabilità, “dolosamente prefabbricati”. Evans-Pritchard afferma che i documenti in suo possesso che mostrano una presunta collusione tra Prodi, Unilever e Fis.Vi non provenivano da Famiani ed erano sicuramente autentici.
Nelle sue dichiarazioni spontanee, Lei ha fatto riferimento a prove derivanti dal Signor Fimiani, e ha chiesto ai suoi avvocati di fornirne alla corte prove scritte provenienti da lui.
Le nostre domande
Il signor Fimiani, le cui prove scritte e orali Lei ha citato nelle sue dichiarazioni spontanee, è una fonte attendibile?
È a conoscenza del fatto che Fimiani fu condannato per bancarotta grave a Salerno il 12 novembre 1993?
È a conoscenza del fatto che il tribunale penale di Salerno nel novembre 1993 valutò che su Fimiani gravava una pesantissima responsabilità per il fallimento di Co.Fi.Ma.?
È a conoscenza del fatto che il 13 giugno 1995 Fimiani sporse denuncia contro “ignoti” per abuso d’ufficio? (Fimiani sosteneva che il fallimento della Co.Fi.Ma era dovuto alla necessità di eliminare l’azienda quando lui interferì con la vendita della SME a Buitoni da parte dell’IRI nel 1985.)
È a conoscenza del fatto che i magistrati indagarono sulla denuncia di Fimiani e che, nel marzo 1997, un giudice per le indagini preliminari chiuse l’indagine poiché il “j’accuse”di Fimiani era privo di fondamento?
L’offerta che Fimiani fece per la SME nel 1985 era nel Suo interesse?
*abbiamo redatto questo paragrafo in base alla documentazione (in italiano) disponibile da maggio 2003 sul sito web del Presidente della Commissione Europea
torna su
________________________________________
La sua pretesa di una medaglia d’oro*
Nell’Aprile di quest’anno, fuori dal tribunale di Milano, Lei comunicò ai media: “Ero e sono tuttora convinto che al cittadino Berlusconi dovrebbe essere riconosciuto il merito di aver impedito la spoliazione del patrimonio statale. Mi meritavo una medaglia d’oro (al valor civile) per aver permesso allo stato di ricavare cinque volte di più dalla vendita della SME.”
Le divisioni della SME furono vendute a vari acquirenti tra il 1993 e il 1996, per un totale di circa 2000 miliardi di lire, rispetto ai circa 500 miliardi offerti da Buitoni nel 1985. Si tratta di quattro volte di più e non cinque, come da Lei affermato.
Ma per poter fare un valido paragone, sono necessari calcoli ben più complessi della sua semplice aritmetica. I proventi della vendita non realizzata sarebbero stati rateizzati fino al dicembre 1986. Parimenti, i ricavi dell’effettiva privatizzazione furono ottenuti in tranches. La privatizzazione terminò intorno alla fine del 1996, quindi il 31 dicembre 1996 è un ovvio termine di paragone. Tra il 1985 e il 1986, il governo italiano avrebbe potuto fare due cose con le rate incassate dalla vendita della SME: ridurre il proprio debito (e quindi risparmiare sul pagamento degli interessi), oppure reinvestire in azioni (dopo tutto, la stessa SME era un investimento azionario).
Per poter paragonare efficacemente la perdita di ricavi dalla privatizzazione della SME del 1985-86 con i ricavi effettivi tra il 1993 e il 1996, si deve partire dal presupposto che le rate relative al 1985-86 sarebbero state investite dalla data di ricevimento fino al 31 dicembre 1996.
I 500 miliardi investiti per la riduzione del debito pubblico nel 1985-86 avrebbero diminuito gli interessi pagabili dal governo di oltre 1.100 miliardi di lire fino al 31 dicembre 1996. Questo porta a un totale comparativo di 1600 miliardi di lire.
I proventi di circa 2.000 miliardi di lire, derivanti dalla reale cessione tra il 1993 e il 1996, furono effettivamente usati per diminuire il debito pubblico. Entro il 31 dicembre 1996, gli interessi pagabili dal governo sarebbero stati così ridotti di circa 500 miliardi di lire. Quindi, il totale comparativo per l’effettiva privatizzazione è di circa 2500 miliardi di lire.
Su questa base, il ricavato dell’effettiva cessione è stato di 1 una volta e mezza superiore rispetto a quello della vendita non realizzata nel decennio precedente.
Si sono fatti calcoli analoghi per valutare il possibile rendimento ottenuto investendo gli introiti delle due operazioni di privatizzazione in un paniere di titoli (dalla data di ricevimento fino al 31 dicembre 1996). Come saprà, la teoria economica dice che gli investitori esigono un ritorno maggiore sulle azioni rispetto alle obbligazioni, essendo le azioni più rischiose.
Supponendo un modesto premio di rischio (3%), i ricavi dalla vendita non realizzata degli anni ottanta avrebbero potuto trasformarsi in circa 2.200 miliardi di lire per la fine del 1996, mentre quelli della vendita effettiva negli anni novanta avrebbero reso quasi 2.700 miliardi. Di conseguenza, la cessione della SME negli anni novanta avrebbe portato al governo italiano un rendimento di solamente 1,2 volte superiore a quello della cessione non realizzata negli anni ottanta. Con un premio di rischio più ambizioso (6%), questo rapporto scende a 1,1.
Inoltre, la natura delle due cessioni era molto diversa, così come la situazione del mercato in cui avrebbero avuto luogo. Le cessioni tra il 1993 e 1996 comportarono un frazionamento della SME tra vari acquirenti in un mercato di privatizzazioni ormai maturo. L’operazione del 1985 avrebbe comportato la cessione dell’intero gruppo alla Buitoni. Oltre alla SME, Buitoni avrebbe avuto l’obbligo di rilevare anche la consorella sull’orlo del fallimento (la Sidalm), che necessitava di un’iniezione immediata di 30 miliardi di lire. Inoltre, la vendita della SME nel 1985 sarebbe stata la prima grande privatizzazione in Italia. Il ritardo in questa privatizzazione (e, quindi, in altre) andò a scapito del paese.
La nostra domanda
Perché merita una medaglia d’oro?
*www.lavoce.info, un sito web italiano su problemi relativi alla politica economica, è la fonte da cui derivano i calcoli contenuti in questo paragrafo. Nel maggio di quest’anno ha pubblicato un articolo di Mario Pagano e Carlo Scarpa dal titolo “Vendita SME: il prezzo era giusto?” Utilizzando dati più precisi sulla distribuzione delle rate relative alla vendita fallita nel 1985-86 e agli introiti dalla reale privatizzazione tra il 1993 e il 1996, il 10 luglio www.lavoce.info ha pubblicato una versione aggiornata dei propri calcoli.
torna su
________________________________________
Gli altri suoi processi
Qui di seguito riportiamo una tabella delle imputazioni a Suo carico dall’inizio dello scandalo di Tangentopoli nel 1992. Indichiamo le date di tutte le sentenze di appello dal 28 aprile 2001.
Tabella n° 1
Imputazioni di Berlusconi
Caso Attività Accusa Risultato Appello Cassazione
Villa Macherio Immobiliare 4 capi d’imputazione per frode fiscale e falso in bilancio 2 assoluzioni e 2 prescrizioni* 3 assoluzioni, il restante capo d’imputazione fu coperto da amnistia
Medusa Film Falso in bilancio Colpevole Assolto Come l’appello
Acquisto di calciatore Società calcistica AC Milan Falso in bilancio Prescrizione¹
All Iberian Società offshore Finanziamento illecito
di partito politico Colpevole Prescrizione* Come l’appello
Mediolanum, Mondadori, Videotime, Telepiù Finanza, Editoria, Film, Tv 4 capi d’imputazione per corruzione della Guardia di Finanza Colpevole, Colpevole, Colpevole, Colpevole Prescrizione per tre capi d’imputazione*.
Una assoluzione Assolto da tutti i capi d’imputazione il 19 ottobre 2001
Mondadori Editore Corruzione di magistrato Prosciolto in udienza preliminare² Prescrizione 12 maggio 2001 Come l’appello, 16 novembre 2001
Fininvest 1 Holding Falso in bilancio Prescrizione*¹#
Fininvest 2 Holding Falso in bilancio Prescrizione*¹**
SME Generi alimentari Corruzione di magistrati § In corso
Fonte: The Economist
Legenda:
* secondo il codice penale italiano, la prescrizione estingue il reato
¹ in seguito alla nuova legge
² udienza preliminare
# rinviato alla Corte Costituzionale italiana
§ accusa supplementare di falso contabile rinviata alla Corte di Giustizia Europea
** ancora in corso, in quanto rinviato alla Corte di Giustizia Europea
Quasi tutti questi casi implicavano, secondo l’accusa, l’uso di “fondi neri” da parte delle società facenti capo alla Fininvest. Per informazione dei nostri lettori, i fondi neri non compaiono come tali nello stato patrimoniale di un’azienda e nemmeno se ne registra l’utilizzo nel conto economico. Sebbene vi possano essere tracce di fondi neri nelle rilevazioni contabili ufficiali, queste devono essere camuffate come qualcos’altro. In altre parole, la creazione e l’occultamento di fondi neri comportano immancabilmente la falsificazione dei conti di una società. I fondi neri possono essere creati (e occultati) in molti modi, spesso in giurisdizioni dove la titolarità delle società non è oggetto di pubblica registrazione e dove vige un rigoroso segreto bancario.
Donazioni illecite ai partiti
La legge italiana richiede la trasparenza dei finanziamenti politici, sia da parte dei finanziatori che dei beneficiari. Nel 1991-92, una società clandestina della Fininvest, nota come All Iberian, versò un totale di 23 miliardi, attraverso conti di transito, su conti offshore controllati da Craxi.
In una sentenza del 22 novembre 2000, la Corte di Cassazione del Suo paese stabilì che le società Fininvest avevano effettuato donazioni illecite, senza adeguate registrazioni contabili, e che Lei ne era responsabile. Nel decidere quanto sopra, la Corte affermò: “”…le dichiarazioni di [David MacKenzie] Mills non erano la sola fonte che provava la [sua] responsabilità.” In altre parole, si può dedurre che Mills, tra altri, La collegava al reato. Mills, un avvocato britannico, sposò nel luglio del 1979 Tessa Jowell, ora ministro nel governo di Tony Blair.
La Corte di Cassazione non La assolse, come Lei aveva richiesto. Confermò la sentenza di colpevolezza del tribunale di Milano, ma Le concesse la prescrizione. Di conseguenza Lei, il Signor G. Foscale e altri due persone dovettero pagare le spese del procedimento di cassazione.
Per definizione, la Fininvest deve aver falsificato le registrazioni contabili per queste donazioni illecite.
La nostra domanda
Con che frequenza, se mai lo fece, Lei parlò con Mills?
Il processo della Guardia di Finanza
Il 19 ottobre 2001, la Corte di Cassazione La prosciolse dalle accuse di aver corrotto ufficiali della Guardia di Finanza, affinché chiudessero un occhio durante le ispezioni a Mondadori, Telepiù, Mediolanum e Videotime, quattro società di Sua proprietà. Secondo Paolo, suo fratello, le tangenti derivavano da fondi neri di una società di nome Edilnord.
Lei fu dichiarato colpevole dal tribunale di primo grado di Milano. Nel determinare la Sua colpevolezza, questo tribunale non attribuì alcun valore probatorio all’incontro avvenuto l’8 giugno 1994 a Palazzo Chigi (durante il suo primo mandato come Presidente del Consiglio italiano) tra Lei e Massimo Berruti, un ex ufficiale della Guardia di Finanza che si era dimesso nel novembre del 1979.
Siccome non vi era alcuna prova documentale o verbale della Sua colpevolezza, per raggiungere il verdetto il tribunale milanese si era basato su un ragionamento deduttivo. La Corte di Cassazione definì tale ragionamento sillogistico. Suo fratello, Paolo, che amministrava la Fininvest con Lei, ammise di aver autorizzato le tangenti. Tuttavia il tribunale di Milano lo assolse poiché trovò le sue ammissioni inattendibili. Essendo lui prosciolto, Lei divenne colpevole. Non vi era via di mezzo.
La Corte di Cassazione emise condanne definitive a carico di due ex alti dirigenti della Fininvest per corruzione. Anche Berruti, allora già deputato di Forza Italia, esperto di paradisi fiscali offshore e consulente legale della Fininvest, fu condannato. Egli aveva indotto Angelo Tanca, un alto ufficiale della Guardia di Finanza, a non rivelare ai pubblici ministeri che erano stati pagati 130 milioni a vari ufficiali della Guardia di Finanza affinché, nel 1991, fossero benevoli durante i controlli fiscali alla Mondadori, un gruppo editoriale che Lei aveva acquisito quello stesso anno. La Corte di Cassazione emise condanne definitive contro gli ufficiali della Guardia di Finanza, tra cui Tanca, in processi separati.
Nel luglio 2001, il tribunale di primo grado di Milano constatò che Marinella Brambilla, Sua segretaria di lunga data, e un’altra delle sue segretarie avevano mentito sotto giuramento. La Signora Brambilla aveva mentito mentre deponeva in uno dei processi che riguardavano gli ufficiali della Guardia di Finanza. Aveva testimoniato che Lei non aveva incontrato Berruti l’8 giugno 1994, e che aveva avuto poco a che fare con lui.
Poco dopo averLa incontrata l’8 giugno 1994, Berruti vide Alberto Corrado, un ex collega, per chiedergli un favore. (Corrado aveva accompagnato Berruti all’ispezione fiscale dei Suoi uffici nel novembre 1979. Vedere paragrafo 6 “La fondazione della Fininvest”). Berruti voleva che Corrado raccomandasse a Tanca di non parlare delle tangenti. Tanca tacque per un mese. Secondo i giudici del processo della Signora Brambilla, Berruti disse a Corrado che le indagini dei pubblici ministeri sulla Mondadori “avrebbero potuto colpire gli interessi del presidente del consiglio”.
Questi giudici conclusero che Berruti aveva chiesto a Corrado di invitare Tanca a tacere dinnanzi ai pubblici ministeri. La Corte di Cassazione giunse alle stesse conclusioni nel Suo processo: affermò infatti che vi erano buone ragioni di credere che il silenzio di Tanca e la presunta richiesta di Berruti fossero collegati.
Anche i giudici del processo della Signora Brambilla conclusero che, tra le persone accusate per le tangenti Mondadori, solamente Lei avrebbe potuto fornire le informazioni necessarie affinché Corrado inducesse Tanca al silenzio. L’ovvia deduzione è che solamente Lei avrebbe potuto raccontare a Berruti della corruzione di Tanca, dato che il primo coinvolgimento diretto di Berruti nella vicenda fu l’incontro con Lei l’8 giugno 1994.
Nel giugno 2002 la corte d’appello di Milano confermò la sentenza di colpevolezza.
Per quel che riguarda i contatti tra Lei e Berruti, i pubblici ministeri constatarono che Berruti le aveva telefonato almeno sessanta volte nei primi sei mesi del 1994, compresa una chiamata di otto minuti il 4 maggio 1994 alle 12.03.
La nostra domanda
Come venne a conoscenza delle tangenti pagate agli ispettori fiscali che chiusero un occhio sulla Mondadori?
La Mondadori
Nel 2000 Lei fu accusato di aver corrotto un giudice della corte di appello, Vittorio Metta, con circa 400 milioni di lire in contanti. In base all’accusa, Metta era stato corrotto per emettere una sentenza a Lei favorevole nel processo che decise sulla battaglia con De Benedetti per il controllo della Mondadori.
Nel febbraio 1991, il mese successivo alla sentenza del giudice Metta, la All Iberian versò circa 3 miliardi di lire sul conto di Previti (denominato Mercier) presso la banca Darier Henscht & Cie di Ginevra. La All Iberian effettuò il bonifico attraverso un conto di transito in Svizzera chiamato Ferrido. I magistrati risalirono ad un bonifico di 425 milioni dal conto di Previti al conto svizzero di un altro avvocato, Pacifico, che, nell’ottobre 1991, aveva prelevato oltre 400 milioni di lire in contanti. Pacifico consegnò la tangente a Metta. Sebbene i magistrati non avessero trovato prove dirette del pagamento in contanti da parte di Pacifico a Metta, credevano di potersi basare su una solida tesi corroborata da prove indirette. Un esame approfondito dei conti di Metta non rivelò alcun prelievo in contanti per l’importo di 400 milioni di lire nell’aprile del 1992, quando Metta sottoscrisse un contratto per comprare un appartamento, pagando 400 milioni in contanti sul prezzo d’acquisto.
Nemmeno le indagini sui conti italiani e svizzeri del defunto Orlando Falco, un ex giudice di Roma dal quale Metta affermava di aver ricevuto 400 milioni in contanti, portarono alcun indizio. Sui conti bancari di Falco, tuttavia, vennero trovati tra i 5 e i 6 milioni di franchi svizzeri (allora tra i 3,5 e 4,2 milioni di dollari.).
Sebbene i magistrati non avessero trovato alcuna prova diretta del pagamento in contanti a Metta, credevano di potersi basare su una solida tesi corroborata da prove indirette. Tuttavia, nel giugno 2000, il giudice dell’udienza preliminare valutò che non vi erano sufficienti prove per dimostrare che Metta avesse ricevuto una tangente. Quindi decise che Lei e i suoi coimputati, Metta, Pacifico e Previti, non dovevate rispondere di alcun reato.
Ciononostante, quel giudice non aveva alcun dubbio sulla provenienza del denaro. “Questi sono elementi probatori che danno la certezza dei legami della Fininvest con… All Iberian, con il conto Ferrido e con il passaggio del denaro… sul conto Mercier di Cesare Previti, dapprima attraverso il conto della All Iberian e poi attraverso quello di Ferrido,” scrisse il giudice. Questo non poteva sorprendere. Dopo tutto, il denaro trasferito dalla All Iberian sul conto Ferrido proveniva esattamente dallo stesso conto corrente usato dalla All Iberian per effettuare donazioni illecite che passavano dai conti di transito per giungere ai conti bancari controllati da Craxi.
“La All Iberian risulta essere una società offshore utilizzata dalla Fininvest come tesoreria estera segreta per una serie di operazioni aziendali, con l’intento di farle apparire come transazioni effettuate con terzi e di nasconderne i legami diretti con la Fininvest” aggiunse il giudice.
I pubblici ministeri appellarono contro la sentenza del giudice delle indagini preliminari. Il 12 Maggio del 2001, alla vigilia delle elezioni politiche che La riportarono al potere, la corte d’appello decise che il Suo reato era caduto in prescrizione, ma non la assolse come Lei aveva richiesto. Secondo una legge in vigore tra il 1990 e il 1992, il pagamento di tangenti, indirettamente attraverso un intermediario, non era considerato un’aggravante del reato di corruzione alla stregua di un pagamento diretto. Quindi la legge sulla prescrizione fu applicata per Lei prima rispetto ad altre persone rinviate a giudizio.
La corte d’appello indicò anche attenuanti di vario genere che impedirono la Sua condanna, tra cui il fatto che qualunque imprenditore avrebbe potuto essere coinvolto in casi di corruzione di magistrati, considerando il commercio di sentenze che aveva avuto luogo nei tribunali romani, e che inoltre Lei, all’epoca, era il leader dell’opposizione. La sentenza della Corte di Cassazione fu la stessa, sebbene per motivi leggermente differenti.
Il 29 aprile 2003, il tribunale di primo grado di Milano ha dichiarato Previti e Pacificò colpevoli per aver corrotto Metta al fine di ottenere una sentenza a Lei favorevole. Metta è stato dichiarato colpevole di aver ricevuto un pagamento a fini di corruzione. Previti è stato condannato a 11 anni di reclusione (comprensivi di una condanna per un altro episodio parallelo di corruzione di magistrato) e Metta a 13 anni (inclusa la condanna nel processo parallelo, per aver ricevuto un altro pagamento tramite Previti). Queste condanne potranno essere impugnate in appello quando saranno disponibili le motivazioni.
La nostra domanda
In attesa dei risultati degli eventuali appelli, cosa si può dedurre da queste tre sentenze, se non il fatto che Lei abbia commissionato il pagamento del denaro a Metta per Suo diretto personale beneficio?
Il 17 giugno 2003, Lei ha affermato: “… Ho già avuto la possibilità di dire pubblicamente quanto so sulla situazione di Pacifico: che gestiva una sorta di ufficio di import-export di denaro presso gli uffici del tribunale di Roma, frequentato da impiegati della corte, giudici, avvocati, e quella era la sua clientela.”
La nostra domanda
Quando ha appreso questo?
Falso in bilancio *
Seguendo piste risultanti dalle indagini sui conti bancari controllati da Craxi, ad un certo punto i pubblici ministeri scopersero una fitta rete segreta di società appartenenti alla Fininvest, costituite alle Bahamas, nelle Isole Vergini Britanniche (BVI) e nelle isole della Manica. Dai conti bancari intestati a queste società erano passate decine di miliardi di lire.
Per rintracciare i fondi neri della Fininvest, i magistrati inviarono richieste di assistenza alle autorità straniere (note in Italia come rogatorie), specialmente alla Svizzera, dove si trovavano molti dei conti correnti segreti. Fu una procedura lunga, cui parteciparono le autorità giudiziarie, i ministeri, le ambasciate di entrambi i paesi, e le banche in cui vi erano le prove delle presunte azioni illecite.
L’8 e il 24 marzo 1995, i magistrati inviarono le rogatorie in Svizzera. Il 10 Aprile 1995, Tanya Maynard, allora amministratrice della CMM Corporate Services (CMM), richiese a coloro che in Svizzera curavano le registrazioni e i documenti contabili della rete di società Fininvest di trasferirli a Londra. La CMM era una società registrata in Inghilterra, iscritta nel registro delle imprese nel 1982 con il nome So.Ge.S International. Il cambiamento di nome ebbe luogo nel 1989 e la CMM fu sciolta nel 1997.
Secondo gli archivi aziendali, nell’aprile del 1995 il proprietario della CMM era la Edsaco Holdings (UK) Ltd (Edsaco), una consociata della UBS, una banca svizzera, che aveva acquisito la CMM nel giugno del 1994 per 750.000 sterline. Un amministratore della CMM, Mills, collega dalla Maynard, e marito di Tessa Jowell, ricevette 675.000 sterline per la sua partecipazione nella CMM. Due mesi prima, questi aveva aumentato la propria quota al 90% con l’acquisto del 65% da una società milanese gestita dallo Studio Carnelutti, uno studio legale di Milano. Mills era socio della Carnelutti & Co, l’affiliata londinese dello studio di Milano, fino a quando, nel 1988, la lasciò per aprire la propria attività. Mills e lo Studio Carnelutti di Milano avevano registrato la CMM come una società di servizi gestionali per aziende. In altre parole, fu in parte un’operazione di facciata.
I magistrati italiani richiesero al Serious Fraud Office (SFO) di Londra la documentazione trasferita dalla Svizzera. Nell’ottobre 1996, Lei presentò un’istanza all’Alta Corte di Londra affinché essi non entrassero in possesso dei documenti custoditi dallo SFO. I magistrati necessitavano di tali documenti come prova nel processo relativo alle donazioni illecite a favore di Craxi, mentre Lei sosteneva che il presunto reato era di natura politica. “Mi riesce veramente difficile considerare i finanziatori di politici corrotti come… `prigionieri politici`” fu la conclusione di Lord Justice Simon Brown, un giudice del processo, sebbene, al termine del suo giudizio, aggiunse che le sue parole non intendevano “sollevare la benché minima presunzione di colpevolezza”.
Per quanto riguarda l’ordine impartito dalla Maynard a coloro che detenevano i documenti in Svizzera, affinché fossero trasferiti a Londra, Lord Brown disse: “se anche vi fosse una spiegazione innocente di ciò, non è mai stata fornita”. Nella richiesta di un mandato di perquisizione da parte della SFO, un alto funzionario dello stesso SFO aveva dichiarato: “Coloro che amministrano la CMM/Edsaco devono sapere che ciò che hanno fatto gestendo le società… è fraudolento e li può rendere passibili di incriminazione in Italia”. Mills nega qualunque azione illecita.
Mills testimoniò a Suo favore nel processo SME, in un’udienza tenutasi a Londra nel marzo del 2003. Quando gli fu chiesto il periodo in cui era iniziato il suo rapporto professionale con la Fininvest, Mills rispose nel 1989 o nel 1990, e negò qualsiasi rapporto risalente al 1981 o 1982.
In base agli archivi societari in Inghilterra, queste dichiarazioni risultarono false. Mills attribuisce questo a “un difetto di memoria”. Nel marzo del 1980, Mills registrò Reteitalia Ltd in Inghilterra, una consociata al 90% di Reteitalia Srl, la Sua società di diritti cinematografici e televisivi, costituita in Italia in quell’anno. La Fininvest Srl possedeva il restante 10%. In altre parole, Reteitalia Ltd era una società Fininvest. Tra il maggio 1981 e il settembre 1983, Lei era uno dei quattro amministratori, tutti residenti in Italia. Mills fu il segretario di Reteitalia Ltd dalla data di costituzione fino al 1989, quando subentrò la CMM.
Nel 1985, Mills fondò anche Publitalia International Ltd per la Fininvest in Inghilterra, e firmò il documento con cui Marcello Dell’Utri, Suo intimo amico, veniva nominato amministratore. Nel 1986, Reteitalia Ltd cambiò il proprio nome in Reteeuropa Ltd. Alcuni mesi dopo, Mills costituì un’altra società in Inghilterra chiamata Reteitalia Ltd, di cui divenne amministratore. Nel 1988, questa azienda cambiò nome in Reteitalia (UK) Ltd, riconvertendolo di nuovo in Reteitalia Ltd nel 1990.
La prima Reteitalia Ltd (cioè quella che poi divenne Reteeuropa Ltd) acquistava diritti cinematografici da terzi per poi rivenderli ad altre Sue società. Era un trucco fiscale. Tra il marzo del 1980 e il dicembre del 1987, Reteitalia/Reteeuropa Ltd realizzò un utile lordo di 75 milioni di sterline, che elusero il fisco britannico poiché l’azienda era considerata come non avente residenza fiscale in Inghilterra. Il motivo era che, sebbene fosse registrata in Inghilterra, la società non vi svolgeva attività commerciale, e il proprietario e gli amministratori non erano residenti in Inghilterra. Dopo che cambiamenti nelle regole fiscali britanniche ebbero eliminato questo tipo di evasione fiscale, nel 1989 Reteeuropa Ltd vendette tutti i propri diritti cinematografici e, nel 1990, ridusse di molto la sua attività rispetto ai livelli precedenti. Tra il 1989 e il 1990, successivamente alla riforma delle leggi fiscali, realizzò perdite per un totale di 53 milioni di dollari.
Anche la seconda Reteitalia Ltd acquistava e vendeva diritti cinematografici, ma, a differenza della sua omonima di cui sopra, svolgeva attività commerciale in Inghilterra e aveva alcuni amministratori britannici, tra cui Mills. Era quindi soggetta alla leggi fiscali britanniche, ma realizzava scarsi profitti, seguiti da un perdita nel 1990. Anch’essa aveva venduto tutti i suoi diritti cinematografici nel 1989.
In realtà, nel 1990, secondo la KPMG, le società che acquistavano e vendevano diritti cinematografici non erano più registrate in Inghilterra. Erano oramai registrate in località offshore più esotiche, come le Isole Vergini Britanniche. In particolare, due società iscritte nelle Isole Vergini Britanniche, la Century One Entertainment e la Universal One, acquistavano diritti da terzi che in seguito vendevano alle Sue società italiane.
Queste erano solamente due delle ventinove società del “Gruppo B” della Fininvest. L’espressione Gruppo B era utilizzata per “distinguere le società ufficiali del Gruppo A da quelle che, sebbene anch’esse controllate dalla Fininvest, non dovevano apparire come società del gruppo e quindi dovevano essere tenute fuori dal bilancio consolidato”, riferì Mills ai magistrati. Sul documento riassuntivo della CMM per ciascuna delle società del Gruppo B erano riportate le parole “strettamente riservato”, un promemoria per mantenere segreto il legame con il gruppo Fininvest.
Nessuna delle ventinove società aveva dipendenti o infrastrutture amministrative propri. Società fiduciarie fungevano da intestatari registrati per le azioni delle società (che erano prevalentemente al portatore) e importanti istituzioni finanziarie alle Bahamas, Inghilterra, Jersey, Lussemburgo e Svizzera fungevano da banchieri. Mills comunicò agli intestatari di essere il proprietario effettivo di tre delle ventinove società. G. Foscale, Suo cugino, fu presentato come il proprietario effettivo della All Iberian.
La CMM agiva da struttura centrale per diciassette delle ventinove società. La Maynard era amministratrice della Century One Entertainment e della Universal One, e anche della All Iberian. Mills riferì ai pubblici ministeri milanesi che la Fininvest gestiva, dirigeva e finanziava le attività del gruppo All Iberian. In altre parole, la CMM era un intermediario tra la Fininvest e i banchieri e gli intestatari registrati delle società del Gruppo B.
La All Iberian fu fondata a Jersey, una delle Isole della Manica, nel maggio del 1988. Sei dei colleghi amministratori della Maynard in All Iberian, per lo più intorno ai sessantacinque anni nel 1988, erano residenti sull’isola di Sark, sotto la giurisdizione di Guernsey, un’altra isola della Manica. Nel 1988, un alto funzionario del ministero del tesoro britannico stilò un rapporto sulle disposizioni finanziarie nelle Isole della Manica. Raccomandava di porre un freno alla farsa di Sark. Questo riguardava l’uso da parte di società non residenti, come la All Iberian, di amministratori prestanome (fasulli) residenti a Sark, dove non erano soggetti ad alcuna regolamentazione. Il rapporto stimava che, nel 1997, i 575 abitanti di Sark detenevano circa 15.000 cariche quali amministratori. Secondo la KPMG, gli amministratori della All Iberian (esclusa la Maynard) detenevano altre 24 cariche nelle società del Gruppo B, e Mills era amministratore di una di queste società e firmatario dei conti bancari di altre sette.
Relativamente all’acquisto di diritti cinematografici, nel 1997 Mills riferì ai pubblici ministeri: “Tutte le operazioni con le grandi società cinematografiche erano organizzate dalla Fininvest Service SA di Lugano. Io fornivo consulenza legale sul contenuto dei contratti con esse… Avrò firmato centinaia di questi contratti a Londra, nel mio ufficio. Dopo aver firmato, li trasmettevo direttamente, senza conservarne copia, all’ufficio della Fininvest Service di Lugano… Non ho mai partecipato ad alcuna trattativa…”
La Fininvest Service fu registrata (con azioni al portatore) a Lugano nel novembre del 1968 come società operante nel settore dei diritti cinematografici e televisivi, sotto il nome di Telecineton SA. Nei primi tredici anni, l’azienda ebbe un solo amministratore, un avvocato svizzero. Quest’avvocato era anche l’unico amministratore della società svizzera registrata a Lugano nell’ottobre 1968, che stava dietro alla Edilnord, il principale operatore edilizio di Milano 2 (vedere il paragrafo 6 – Milano 2).
Nel 1981 la società aveva cambiato ambito di attività, iniziando a fornire servizi contabili e amministrativi ad altre aziende. Inoltre, nel 1985 la società si trasferì da Lugano in un’altra città svizzera. Aveva anche cambiato nome tre volte: da Telecineton SA, a Open SA nel 1979, a Open Services SA nel 1981 e, infine, a Fininvest Service SA nel 1986.
La KPMG constatò che un certo numero di società, sia nel Gruppo A che nel Gruppo B, avevano cambiato il proprio nome contemporaneamente, specialmente nel 1991. E, nel corso degli anni, ci furono società del Gruppo A e B che avevano nomi identici o molto simili. Ad esempio, la Fininvest aveva tre società registrate in Inghilterra con il nome Libra Communications Ltd oppure Libra UK Communications Ltd, e una società registrata a Malta dal nome Libra Communications Ltd.
Secondo la KPMG, tra il 1990 e il 1995 le società del Gruppo A avevano acquistato diritti cinematografici dalle società del Gruppo B per un totale di 866 milioni di dollari. Questo generò profitti e denaro per il Gruppo B di Fininvest. La KPMG descrisse anche altre operazioni che avevano lo scopo di riempire le casse della All Iberian. Lei era coinvolto in una di queste operazioni, chiamata Mandato 500. La seguente descrizione si basa sulle venti pagine del rapporto della KPMG relative alla suddetta operazione.
Tra il luglio 1991 e il maggio 1993, Lei deteneva un conto fiduciario, noto come Mandato 500, presso la Fiduciaria Orefici, una società fiduciaria di Milano, per il quale Giuseppe Scabini, il tesoriere centrale della Fininvest, aveva potere di firma per Suo conto. Lei procurò circa 91 miliardi di lire a favore di Mandato 500, vendendo metà di due delle Sue 23 aziende Holding Italiana a una società di nome Nodit. I fondi versati da quest’ultima furono utilizzati per acquistare obbligazioni al portatore dello Stato italiano, di cui gran parte furono custodite in una cassetta di sicurezza della Banca Provinciale Lombarda. Un ex alto dirigente della Fininvest disse a un impiegato della banca che le obbligazioni al portatore servivano a finanziare il sistema politico.
Circa 65 miliardi in titoli furono trasferiti alla Repubblica di San Marino tramite una ditta di trasporti di sicurezza, che fu pagata in contanti e non registrò il pagamento nella propria contabilità. A San Marino quei titoli furono tramutati in moneta contante. Altri 10 miliardi di lire vennero incassati attraverso istituzioni italiane. Dei circa 90 miliardi dell’operazione Mandato 500, quasi 60 furono infine trasferiti in Svizzera, mentre i restanti 30 miliardi sarebbero rimasti a Sua disposizione.
Nel 1991, un importo di circa 26 miliardi di lire venne portato in Svizzera con l’aiuto di “spalloni”, dove i contanti furono depositati sul conto bancario della All Iberian. Nello stesso periodo, una serie di operazioni consecutive (back-to-back) accreditarono sul medesimo conto altri 27 miliardi.
Nel 1991, la All Iberian prelevò circa 3 miliardi di lire per pagare la tangente al giudice del processo Mondadori, e 21 miliardi per le donazioni a Craxi.
La nostra domanda
Quanto sapeva Lei della rete offshore della Fininvest?
La legge sul falso in bilancio
Nel settembre 2001, il Suo governo di coalizione approvò una legge che riduce la gravità del reato di falso in bilancio, sebbene alcuni cambiamenti non entrarono in vigore fino all’aprile dell’anno successivo. Quindi, in assenza di circostanze aggravanti, il falso in bilancio relativo a società private, quali il gruppo Fininvest, cade in prescrizione dopo quattro anni e mezzo, anziché dopo quindici anni come prevedeva la legge previgente. In conseguenza della nuova legge, quindi, Le è stata concessa la prescrizione in tre procedimenti per falso in bilancio, in quanto il presunto reato non sussiste più.
Lei è stato accusato di falso in bilancio anche nel caso SME. Nel settembre 2002, i pubblici ministeri nel processo SME affermarono che la nuova legge sul falso in bilancio contravviene ad una direttiva europea. Questa direttiva prevede che gli stati membri stabiliscano pene adeguate nel caso in cui le aziende non rendano noti i relativi rendiconti finanziari. I pubblici ministeri osservarono che se vengono stabilite pene adeguate per i casi in cui tali rendiconti non vengono resi noti, a maggior ragione occorre prevedere pene più severe quando i conti pubblicati sono falsi. La questione è stata rinviata alla Corte di Giustizia Europea, che potrebbe impiegare anche due anni per deciderla. I pubblici ministeri hanno inoltre rinviato alla stessa corte anche uno dei due processi per falso in bilancio a carico della Fininvest, e l’altro alla Corte Costituzionale italiana.
Se i pubblici ministeri non avranno successo nelle loro contestazioni e la legge non verrà cambiata, le prove contenute nel rapporto KPMG ( e le prove sottostanti) non verranno esaminate in tribunale. Recentemente, il ministero della giustizia ha iniziato un’indagine sul denaro speso dai pubblici ministeri per consulenti forensi esterni, quali la KPMG.
La nostra domanda
Perché era necessaria una nuova legge sul falso in bilancio?
Legge sulle rogatorie
Il 3 ottobre 2001, il parlamento italiano ratificò un accordo sull’assistenza giudiziaria tra l’Italia e la Svizzera. Diverse disposizioni furono inserite in quella che avrebbe dovuto essere una legge semplice, inclusa quella secondo cui le prove ottenute in virtù delle rogatorie sarebbero inammissibili se non vengono forniti gli originali, o documenti autenticati come originali con timbri ufficiali su ogni pagina di ogni documento.
In virtù di questa legge, secondo i Suoi avvocati, un tribunale dovrebbe considerare inammissibili i documenti non timbrati. La legge vale per tutti processi, in qualunque stadio essi si trovino. Lei firmò il disegno di legge il 4 ottobre, il Presidente Carlo Azeglio Ciampi il giorno successivo, e la legge fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale sabato 6 ottobre.
Non fu certo una sorpresa che le autorità svizzere fossero sconcertate dall’uso che il Suo governo fece dell’accordo sulla cooperazione giudiziaria per scopi politici. Non vedevano come avrebbero potuto continuare a cooperare. Tanto per cominciare, se le registrazioni di transazioni bancarie si trovavano negli archivi digitali delle banche svizzere, una stampa degli stessi sarebbe stata un documento originale o una copia?
I Suoi avvocati nel processo SME, che erano membri della commissione parlamentare mista che revisionò il disegno di legge, presentarono ben presto un’istanza affinché le prove ottenute in virtù delle rogatorie fossero dichiarate inammissibili. Abbastanza rapidamente, tuttavia, i tribunali di Milano respinsero tale istanza. A grandi linee, la decisione affermava che i precedenti trent’anni di cooperazione internazionale erano sufficienti a determinare i criteri di ammissibilità delle prove. Una lettera accompagnatoria, firmata da un magistrato straniero, allegata ai documenti trasmessi dall’estero, avrebbe continuato ad essere sufficiente a garantire l’autenticità degli stessi.
La nostra domanda
Perché era necessaria la legge sulle rogatorie?
Il legittimo sospetto
Il 5 novembre 2002, dopo due settimane di maratona al Senato, il potere legislativo approvò la legge sul cosiddetto “legittimo sospetto”. Il Presidente Ciampi la firmò il 7 novembre, e la sera stessa fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Gli oppositori del provvedimento, compresa l’opposizione parlamentare e giuristi di spicco, affermarono che quella era una legge su misura per bloccare il processo SME, il Suo ultimo procedimento penale. I ritardi avrebbero avvicinato i termini della prescrizione e concesso tempo per l’approvazione di altre leggi.
Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo che dirige i magistrati, ha il dovere costituzionale di esprimere un parere sui disegni di legge che riguardano gli affari giudiziari. Una commissione del CSM, che aveva sollevato una serie di obiezioni contro la bozza in questione, voleva che tutto l’organo del CSM approvasse il suo rapporto prima che la legge venisse promulgata. La commissione non riuscì nel proprio intento, poiché cinque membri del CSM, nominati dalla Sua coalizione, abbandonarono la riunione del consiglio, rendendo impossibile il raggiungimento del quorum.
Nel marzo 2002, Lei ha richiesto che il processo SME fosse trasferito da Milano a un’altra giurisdizione. Tra le altre cose, Lei sosteneva che i tribunali di Milano erano prevenuti e che lo stato dell’ordine pubblico non avrebbe permesso lo svolgimento del processo in un clima sereno.
Nel maggio 2002, la Corte di Cassazione rinviò la questione alla Corte Costituzionale. Quest’ultima avrebbe dovuto decidere se vi fosse un vuoto legislativo sul legittimo sospetto, come avevano dichiarato i Suoi legali. Dieci giorni dopo, la legge sul legittimo sospetto fu promulgata. La Corte Costituzionale archiviò il suo caso.
La nostra domanda
Perché era necessaria la legge sul legittimo sospetto?
La questione relativa al trasferimento del Suo processo da Milano doveva ancora essere risolta. Il 28 gennaio 2003, la Corte di Cassazione decise che non vi era alcun motivo per Lei di sospettare che il Suo processo a Milano non sarebbe stato condotto in modo equo.
Abbiamo redatto questo paragrafo in base a un rapporto investigativo sulle società offshore e i conti bancari della Fininvest tra il 1990 e il 1995, stilato dalla KPMG, una delle maggiori società specializzate in revisione contabile, per i pubblici ministeri milanesi. Secondo questo rapporto, la KPMG ha avuto accesso a migliaia di documenti e trascrizioni di domande poste dai magistrati a 127 persone in 233 interrogatori diversi, compreso il Suo, svoltosi il 13 dicembre 1994. Il rapporto della KPMG, di cui Lei ricevette una copia nell’aprile del 2001, contiene centinaia di pagine. Inoltre, The Economist ha eseguito ricerche sulle società appartenenti alla Fininvest e registrate in Inghilterra tra il 1980 e il 1990.
torna su
________________________________________
Gli esordi della Sua carriera imprenditoriale
Milano 2
Il suo più grande successo imprenditoriale degli anni settanta é Milano 2, la vasta urbanizzazione di uffici e appartamenti a Segrate, nell’interland milanese. Nel 1970, aveva appena avviato i lavori, a capo del suo piccolo ma impegnato team. Alla fine del decennio, il progetto era compiuto.
Tuttavia, Lei non compariva affatto nei documenti societari del principale costruttore, una società in accomandita semplice dal nome Edilnord Centro Residenziale di Lidia Borsani (Edilnord). Gli amministratori delegati che si avvicendarono furono Sua cugina (Lidia Borsani), la madre (Sua zia), e un dipendente dell’azienda. Umberto Previti, il padre del Suo amico Cesare Previti, all’epoca un poco noto avvocato di Roma, divenne il liquidatore della Edilnord nel gennaio del 1978, quando la società fu posta in liquidazione volontaria.
Lei non compariva nemmeno nelle registrazioni relative alla Società Generale Attrezzature di Walter Donati (SOGEAT), l’azienda che costruì la parte commerciale di Milano 2. Anche la SOGEAT era una società in accomandita semplice. L’amministratore delegato era Walter Donati, un commercialista milanese che divenne amministratore di molte società collegate alla Fininvest.
Ciononostante, tra il 1973 e il 1977, Lei, congiuntamente a suo padre, Luigi Berlusconi, garantì alla Edilnord affidamenti per almeno 6,9 miliardi di lire, dalla Banca Popolare di Novara (BPN), una banca italiana. Lo stesso fece per la SOGEAT, sempre tramite la BNP, per un importo di almeno 4,7 miliardi tra il 1976 e 1977. Inoltre, nel 1978, Lei garantì personalmente affidamenti a SOGEAT per 3 miliardi di lire.
Società registrate in Svizzera con amministratori prestanome controllavano sia la SOGEAT che l’Edilnord, e le azioni delle società svizzere erano al portatore. Un documento interno di una banca che Le concedeva prestiti, datato dicembre 1976, dimostra che la stessa La riteneva il proprietario effettivo di tali società. Questo non sorprende affatto, altrimenti la banca avrebbe avuto scarse garanzie sui prestiti concessi.
Negli anni settanta, in Italia vigevano leggi rigorose in materia valutaria; le condanne detentive per le violazioni erano severe. Tra il 1968 e il 1975, le società svizzere dietro Edilnord e SOGEAT furono scrupolose nel richiedere alla Banca d’Italia il permesso di portare in Italia un importo complessivo di 4 miliardi di lire, per poter aumentare il capitale azionario delle società. La Banca d’Italia acconsentì, a condizione che tutti i profitti netti realizzati dalla Edilnord o dalla SOGEAT fossero rimessi alle capogruppo svizzere.
Le società svizzere dietro Edilnord, Suo fratello Paolo e Lei, tutti avevate conti correnti presso la Banca Rasini, una banca poco nota con una sola succursale (a Milano), dove Suo padre, all’epoca già in pensione, aveva lavorato per gran parte della propria vita.
La fondazione della Fininvest
Attualmente, la holding al vertice del suo impero imprenditoriale familiare è la Fininvest. L’antenata di quest’ultima era una società di nome Finanziaria di Investimento Fininvest Srl (Fininvest Srl), registrata a Roma nel marzo del 1975. Il Signor G. Foscale, suo cugino, era l’unico amministratore. Nel 1975, sia Umberto Previti che il figlio Cesare furono nominati membri del collegio sindacale della Fininvest Srl.
G. Foscale diede mandato a due società fiduciarie di figurare quali titolari registrate delle azioni: si trattava di SAF e di Servizio Italia, entrambe di proprietà della Banca Nazionale del Lavoro (BNL), allora controllata dallo stato. La persona che affida mandato a una fiduciaria può essere o il proprietario effettivo, oppure qualcuno che agisce per conto dello stesso. Utilizzando una fiduciaria, che figura pubblicamente come azionista iscritto nel libro dei soci, il proprietario effettivo rimane anonimo. Questa era una pratica diffusa in Italia negli anni settanta.
Prima delle norme del 1991 contro il riciclaggio di denaro, l’effettivo proprietario di azioni registrate a nome di una fiduciaria poteva venderle e ricevere il pagamento direttamente dall’acquirente per mezzo delle cosiddette transazioni in “franco valuta” (cioè, il denaro non transitava dalla fiduciaria). La fiduciaria si limitava così a trasferire le azioni su ordine del proprietario effettivo, senza però gestire il denaro. Nel caso di una transazione in franco valuta, la fiduciaria si doveva accontentare della parola del beneficiario, con riguardo all’avvenuta vendita delle azioni.
Nel maggio del 1975, gli/il azionisti/a della Fininvest Srl decise/ro di iniettare nella società 2 miliardi di lire sotto forma di capitale azionario. Nel luglio 1975, Fininvest Srl acquistò l’80% di Italcantieri, e il resto nel novembre del 1976. I lavori di costruzione di Milano 2 vennero subappaltati a questa ditta milanese, fondata nel 1973 da due società registrate in Svizzera, con amministratori prestanome e azioni al portatore. L’unico amministratore della Italcantieri dal 1973 fino al luglio 1975 era stato Luigi Foscale, padre di Giancarlo Foscale e Suo zio. Lei divenne membro del consiglio di amministrazione dell’Italcantieri nel 1975, non appena la Fininvest Srl l’acquisì.
Nel 1979, gli ispettori della Banca d’Italia effettuarono un controllo alla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde (Cariplo). Trovarono prove che lasciavano intravedere che Edilnord, Italcantieri e SOGEAT potevano essere di Sua proprietà.
Nell’ottobre 1979, la Banca d’Italia chiese alla Guardia di Finanza di condurre delle indagini. Quest’ultima constatò che, tra il 1974 e il 1978, la Edilnord aveva realizzato profitti per 2,44 miliardi di lire, che avrebbe dovuto rimettere all’azionista svizzero (cioè, il suo alter ego), come concordato con la Banca d’Italia. Nello stesso periodo, la SOGEAT aveva realizzato 3,3 miliardi, che neppure furono rimessi in Svizzera. L’infrazione ammontava complessivamente a 5,74 miliardi di lire.
Di conseguenza, il 13 novembre 1979, un team di ufficiali della Guardia di Finanza fece visita a un’altra delle Sue società. Berruti, allora capitano della Guardia di Finanza, era a capo della squadra. Il giorno precedente, Lei aveva detto a Berruti di essere soltanto un consulente esterno della Edilnord e della SOGEAT. Berruti si dimise dalla Guardia di Finanza lo stesso mese. Nonostante le fondate prove di violazioni della legge valutaria (le Sue garanzie personali presso la BNP e altre banche, il non rimpatrio dei profitti netti), non fu intrapresa alcuna azione legale contro di Lei.
Lei, in veste di presidente, e suo fratello Paolo foste nominati membri del consiglio di amministrazione della Fininvest Srl nel novembre del 1975.
La fusione tra Fininvest Roma e Fininvest Srl*
Un’altra antenata diretta della Fininvest era la Fininvest Roma Srl (Fininvest Roma), costituita a Roma nel giugno 1978. Era una scatola vuota con un capitale versato di 20 milioni di lire. Umberto Previti fu l’unico amministratore fino al 1979.
Il 29 gennaio 1979, la Fininvest Roma e la Fininvest Srl decisero una fusione, basata però sui rispettivi stati patrimoniali al 27 dicembre 1978.
Per diciotto mesi, prima della fusione, Lei aveva tentato di aumentare il capitale azionario della Fininvest Srl rispetto a quello originariamente versato (2 miliardi). Rappresentava infatti una base scarna per un uomo dalle sue ambizioni, quindi era necessario incrementarlo. All’epoca, si doveva richiedere l’autorizzazione ministeriale per aumentare il capitale oltre i 2 miliardi di lire. Alla metà del 1977, la Fininvest Srl non era ancora riuscita a ottenerla. Di regola le autorità richiedevano informazioni, ad esempio particolari relativi al proprietario effettivo della società.
Lei trovò una soluzione. Come presidente della Fininvest Srl, propose che gli azionisti facessero prestiti senza interessi in conto dell’aumento approvato di capitale. Dato che l’aumento approvato era di 18 miliardi di lire, la società avrebbe potuto ricevere 18 miliardi sottoforma di prestito dai soci. La Sua proposta fu approvata il 2 dicembre 1977.
Documenti non ufficiali della SAF (una delle società fiduciarie della BNL) mostrano che tra il febbraio 1977 e l’agosto 1978, la Fininvest Srl ottenne prestiti dai soci per un valore di 16,94 miliardi di lire in conto dell’aumento di capitale. Il prestito fu ricevuto in 25 tranches, talvolta in giorni successivi. L’ovvia deduzione è che il denaro fu percepito in contanti o in forma equivalente, come ad esempio assegni bancari. Giovanni del Santo, un “intermediario ” e amministratore di varie società collegate alla Fininvest, ne diede notizia alla SAF. Il consulente tecnico di Dell’Utri ha confermato la precisione della distinta, ma aggiunse che parte dei fondi poteva essere pervenuta sotto forma di assegni ordinari di conto corrente.
Nel novembre del 1978 la Fininvest Srl decise di rimborsare i 16,94 miliardi ricevuti in prestito dai soci e un’obbligazione convertibile di 500 milioni di lire emessa nel novembre del 1976. Quanto avvenne in seguito è complesso e, per una migliore comprensione, consigliamo di osservare le fasi 2-4 della tabella 1.
Fininvestendo
Sintesi delle transazioni del 7 dicembre 1978, valori i miliardi di lire
MOVIMENTI SUI CONTI BANCARI BPA
Pagatore Beneficiario Importo Fase Fininvest Srl Fininvest Roma Holding Italiana 1-19
Ignoto Fininvest Srl 17,50 1 17,50+ - -
Fininvest Srl Fiduciarie BNL 16,94 2 17,44- § - -
Fiduciarie BNL L. Foscale 16,94* 3 - - -
L. Foscale L. Foscale
(per Suo conto) 16,94* 4 - - -
L. Foscale
(per Suo conto) Fiduciarie 17,98# 5 - - -
Fiduciarie Holding Italiana 1-19 17,98 6 - - 17,98+
Holding Italiana 1-19 Fininvest Roma 17,98 7 - 17,98+ 17,98-
Fininvest Roma Ignoto 17,50 8 - 17,50- -
Denaro fresco - - - 0.06 0,48 zero
Legenda:
* assegni successivamente girati, quindi non vi sono movimenti sui conti bancari
# vedere testo
§ comprende un assegno trasferibile di 500 milioni
Fonte: rapporti del consulente tecnico dei magistrati di Palermo messo a disposizione dalla Banca d’Italia; The Economist
Suo cugino, G. Foscale, riferì alle fiduciarie della BNL la decisione di restituire i prestiti dei soci. Le fiduciarie dovevano fungere da beneficiarie iniziali dei tre assegni non sbarrati per un importo di 16,94 miliardi di lire, da trarre sul conto della Fininvest Srl presso la Banca Popolare di Abbiategrasso (BPA). Egli chiese alla SAF di girare gli assegni a favore del Signor L. Foscale (cioè a favore di suo padre).
Alla fine di novembre, Dal Santo, che fungeva da intermediario, ritirò i tre assegni girati dalle fiduciarie, e li consegnò a L. Foscale, che agiva in Suo nome. Fu inoltre ottenuto un assegno trasferibile che non riportava il nome del beneficiario, per l’importo di 500 milioni di lire. Quindi, complessivamente gli assegni erano quattro.
Il 7 dicembre 1978, L. Foscale incassò l’assegno trasferibile e uno dei tre assegni bancari, per un totale di 1,01 miliardi di lire. In tal modo, aveva 1,01 miliardi di lire in contanti e 16,43 miliardi di lire in forma equivalente (cioè, i due assegni bancari restanti). Complessivamente 17,44 miliardi. Pertanto, 17,44 miliardi di lire avevano lasciato i forzieri della Fininvest Srl.
Quello stesso giorno, vennero depositati sul conto bancario della Fininvest Srl, presso la BPA, 17,5 miliardi di lire da una fonte sconosciuta. E nello stesso giorno, nella stessa succursale, la Fininvest Roma pagò 17,5 miliardi di lire ad un beneficiario che gli inquirenti non furono in grado di identificare dalle registrazioni bancarie (vedere le fasi 1 e 8 della tavola 1). Dato che l’ispezione dei registri della BPA da parte degli inquirenti di Palermo escludeva l’introduzione di fondi da parte di un terzo, il denaro doveva essere girato in cerchio. (Gli inquirenti dedussero questo, poiché il totale dei movimenti riportati nel registro giornaliero della BPA per il 7 dicembre 1978 ammontava a 78 miliardi di lire. I movimenti di circa 17,5 miliardi sui quattro conti bancari incidevano per 70 dei 78 miliardi di lire. Se un terzo avesse introdotto fondi, sarebbero risultati movimenti di almeno 95,5 miliardi di lire (cioè, 78 + 17,5))
Dato che 17,5 miliardi erano entrati e 17,44 erano usciti dal conto della Finivest Srl presso la BPA, i prestiti degli azionisti e l’obbligazione convertibile per un totale complessivo di 17,44 miliardi non potevano essere stati rimborsati. Quindi la Fininvest Srl aveva ancora 17,44 miliardi di debiti in sospeso, anche dopo il rimescolamento degli assegni bancari (fasi 2 – 4).
In altre parole, i 17,44 miliardi dovevano sparire dalla situazione patrimoniale. La fusione, effettuata da U. Previti, basata sugli stati patrimoniali redatti il 27 dicembre 1978, era la risposta.
U. Previti affermò che nello stato patrimoniale della Fininvest Roma del 27 dicembre 1978 vi era un credito produttivo di interessi di 17,69 miliardi di lire da incassare dalla Fininvest Srl (cioè, il pagamento effettuato da Fininvest Roma alla fase 8 della tavola 1). Quando Previti accorpò le due società, fuse letteralmente i relativi stati patrimoniali. Il credito di 17,69 miliardi di lire nella situazione patrimoniale della Fininvest Roma praticamente si compensò a fronte delle passività di 17,44 miliardi nello stato patrimoniale della Fininvest. Due dei saldi contabili uguali e contrari effettivamente risultati dal flusso circolare di fondi erano stati eliminati.
Le società Holding Italiana
Queste operazioni erano parte di una serie di transazioni ancora più vasta che comprendeva 19 società chiamate Holding Italiana 1… e così via, in sequenza, fino a 19. Le fasi 6 e 7 mostrano come queste società fossero coinvolte nel flusso circolare di fondi.
Le società Holding Italiana sono diventate sinonimo della ricchezza della Sua famiglia, proprietaria della Fininvest; tuttavia Lei non figurava nei documenti di queste società fino al 1990, e, anche allora, non compariva in tutti.
Agendo per Suo conto e/o per conto di qualcun’altro, il 4 dicembre del 1978 Lei acquisì il 10% di 23 società holding e diede mandato alla Par.Ma.Fid, una fiduciaria poco nota, affinché fungesse da azionista iscritto nel libro dei soci. Successivamente, il 5 dicembre 1978, Lei acquisì il restante 90%, e affidò il mandato alla SAF.
Il 5 dicembre 1978, le holding avevano un capitale azionario complessivo di 420 milioni di lire. Siccome ce n’erano 23, il capitale complessivo poteva raggiungere 46 miliardi di lire senza l’autorizzazione ministeriale (cioè, 2 miliardi per società).
Lei nominò L. Foscale, suo zio, come unico amministratore e mandatario per la firma sui conti bancari delle holding presso la BPA. Dal Santo fu nominato nei collegi sindacali.
Sembra che Lei già sapesse la faccenda delle azioni. Il 7 dicembre 1978 Lei scrisse alla SAF, dichiarando che sarebbe stato versato “presso le casse sociali” di 19 delle holding un totale di 17,98 miliardi di lire in conto capitale.
Il 7 dicembre 1978, le 19 holding ricevettero l’importo di 17,98 miliardi sui loro conti presso la BPA. La fonte di quasi tutto il contante devono essere stati i 17,44 miliardi (attualmente € 46.8 milioni) nella disponibilità di L. Foscale quello stesso giorno.
L’afflusso di 17,98 miliardi di lire fu giustificato nei libri contabili delle 19 società come capitale azionario. Le società iniettarono questo importo sotto forma di capitale azionario nella Fininvest Roma, diventando così collettivamente proprietarie della stessa. Questa transazione portò il capitale della Fininvest Roma esattamente a 18 miliardi di lire, tutti versati.
In effetti, l’obbligazione convertibile di 500 milioni di lire e il prestito degli azionisti di 16,94 miliardi – ricevuti dalla Fininvest Srl, secondo le informazioni di Dal Santo, in 25 tranches dal febbraio 1977 all’agosto 1978 – erano stati riciclati nel dicembre del 1978 come capitale azionario fresco per le 19 holding. Il denaro era inoltre apparso tutto in una volta.
Tuttavia, gli unici fondi nuovi erano i 540 milioni presenti sui conti della Fininvest Roma e della Fininvest Srl (vedere la tavola 1).
Il 26 dicembre 1978, la Fininvest Roma aveva dunque un capitale interamente versato di 18 miliardi di lire, detenuto dalle 19 holding. La fusione con la Fininvest Srl non era ancora avvenuta. A quella data, la Fininvest Srl aveva un capitale versato di 2 miliardi di lire. Con la fusione, il/i suo/i azionista/i deve/devono aver scambiato le sue/loro partecipazioni nella Fininvest Srl, per le quali era stato dato mandato alla SAF, con il 10% delle quote azionarie nelle holding. Questo può spiegare perché Lei diede mandato alla Par.Ma.Fid per il 10% delle partecipazioni nelle holding.
È ragionevole supporre che chi/coloro che fornì/fornirono i prestiti alla Fininvest Srl tra il febbraio 1977 e l’agosto 1978 possedeva/possedevano il restante 90% delle holding.
1979 e 1980
Circus Maximus
Flussi nelle Holding Italiana 1-23, 1978-80
Maggio 2003
€ ml* Totale
Lire ml Fondi circolari
Lire ml Contante o
Equivalente
Lire ml
1978 49,7 18.400 17.980 420
1979 103,9 45.360 44.680 § 680
1980 37,4 20.052 0 20.052
Totale 191,0 83.812 62.660 21.152
Legenda:
*valore in lire del 1978-1980 convertito in valore in Euro al maggio 2003, utilizzando gli indici di inflazione Istat e il tasso di cambio 1936,27 lire = 1 Euro
§ comprende 27,68 miliardi del dicembre 1979 (vedere tabella 3)
Fonte: rapporti del consulente tecnico dei magistrati di Palermo messo a disposizione dalla Banca d’Italia; The Economist
Nel 1979, 45,4 miliardi di lire (circa € 104 milioni in moneta attuale) fluirono nelle holding (vedere tabella 2).
La quasi totalità dell’importo era costituita da denaro che era stato fatto girare in cerchio attraverso le società dai Lei controllate. La maggior transazione di 27,68 miliardi è spiegata nel paragrafo sull’eredità ricevuta da Anna Maria Casati Stampa di Soncino.
Nel 1979, le holding iniettarono 32 miliardi di lire nella Fininvest Roma sotto forma di capitale azionario. In tal modo, al 31 dicembre 1979, il suo capitale versato era apparentemente aumentando a 52 miliardi. Tuttavia, anche quel denaro era direttamente uscito dalla Fininvest Roma, ritornando in effetti da dove era venuto. Pertanto, 32 dei 52 miliardi di capitale versato della Fininvest Roma erano fittizi.
Nel 1980, fluirono 20,05 miliardi di lire nelle holding, in contanti o equivalenti, compresi 19,2 miliardi alla fine del dicembre 1980, (vedere tabella 2). Questo denaro era per la Fininvest.
Il 22 dicembre 1980, Lei scrisse alle società fiduciarie dicendo che sarebbero stati versati 19,2 miliardi di lire come prestiti senza interessi dagli azionisti, di cui il 90% sarebbe passato per la SAF e il 10% per la Par.Ma.Fid. Secondo i libri contabili delle holding, i fondi entrarono in quattro tranches di 4,8 miliardi l’una, l’ultima settimana di dicembre.
Tuttavia gli inquirenti di Palermo trovarono solamente traccia di una transazione nelle registrazioni di Banca Rasini, la banca poco nota con una sola succursale, di cui si servivano le holding. Questi riscontrarono che 4,3 miliardi di lire (cioè, la quota del 90% della SAF di 4,8 miliardi) erano stati registrati in un conto di transito presso Banca Rasini, come lo era stato il pagamento per lo stesso importo alla Fininvest. L’incasso era avvenuto in contanti (o equivalenti), come anche il pagamento. L’incasso doveva essere per forza avvenuto in contanti. Se Lei avesse messo a disposizione 4,3 miliardi di lire dal suo conto personale presso Banca Rasini, sarebbe effettivamente risultato un prelievo per quell’importo effettuato in quel giorno. Ma non risultò.
Le transazioni furono registrate su un conto di transito. A quell’epoca, alcune banche utilizzavano conti di transito per registrare transazioni di breve durata (cioè, con scadenza massima di una settimana). Registrare una transazione su un conto di transito significava che la stessa era per qualcuno che non era cliente della banca. C’era quindi una grave irregolarità – in quanto Lei era cliente di Banca Rasini.
Banca Rasini
Banca Rasini fungeva da banca per Lei, Suo fratello, Dell’Utri e il proprio fratello, i Suoi alter ego svizzeri (quelli dietro Edilnord e Italcantieri), e anche per la Par.Ma.Fid. Era anche molto vicina alle società Holding Italiana.
Armando Minna, un commercialista milanese, e sua moglie avevano fondato le 23 Holding Italiana nel giugno del 1978. Minna, membro del collegio sindacale di Banca Rasini, aprì conti correnti per le holding presso la stessa banca. Lei acquisì le quote delle 23 holding nel dicembre del 1978, mediante transazioni in franco valuta con i coniugi Minna. Minna venne nominato membro del collegio sindacale delle holding.
Nei documenti interni della banca, ognuna delle Holding Italiana era classificata come “parrucchiere e salone di bellezza”. Gli ispettori della Banca d’Italia usavano queste classificazioni come uno dei criteri per decidere quali conti ispezionare. La classificazione potrebbe essere stata un errore, ma è indubbio che 23 “parrucchieri” erano molto meno soggette a ispezioni rispetto a 23 holding finanziarie.
All’epoca, Giuseppe Azzaretto, un siciliano, nominato nel 1973, era l’amministratore delegato di Banca Rasini. Era uno dei maggiori azionisti della banca, con una quota del 29,3%. Tre società registrate nel Liechtenstein detenevano un altro 32,7%, ed erano rappresentate da Herbert Batliner, che gestisce una delle principali fiduciarie del Liechtenstein.
Indubbiamente, Batliner rappresenta molte persone che hanno validi motivi per mantenere la riservatezza. Ma alcune, no. Nel 1971, un processo negli Usa si concluse con la condanna di due cittadini americani per evasione fiscale negli anni sessanta, realizzata attraverso una società paravento registrata nel Liechtenstein, che Batliner aveva gestito nel loro interesse. Un altro processo americano nel 1998 rivelò che la società di Batliner aveva agito per conto della convivente di un trafficante di droga latino americano. Nel 1989, quest’ultimo aveva trasferito 8 milioni di dollari su un conto svizzero. Il conto era intestato a una società registrata nel Liechtenstein, rappresentata da Batliner che aveva ricevuto il mandato dalla convivente del trafficante. Il processo ebbe origine poiché il governo statunitense intendeva sequestrare i fondi, in quanto ritenuti proventi da narcotraffico e riciclaggio di denaro.
L’eredità di Anna Maria Casati Stampa di Soncino
Nel novembre del 1979, Lei abitava in una residenza del 1600, Villa San Martino, da oltre 5 anni. Quel meraviglioso edificio si trova nel comune di Arcore, a nord-est di Milano. Ma Lei non era il legittimo proprietario; era Anna Maria Casati Stampa di Soncino. Nel settembre del 1970, l’allora diciannovenne Signorina Casati Stampa ereditò l’ingente fortuna della famiglia in tragiche circostanze, dopo che, il 30 agosto 1970 a Roma, il padre, Conte Camillo Casati Stampa di Soncino, sparò alla seconda moglie e all’amante di questa, e poi si suicidò puntandosi la rivoltella al capo.
Siccome la Casati Stampa non aveva ancora 21 anni, il tribunale nominò Giorgio Bergamasco, senatore e amico del defunto conte, come suo tutore. Cesare Previti, residente a Roma, aveva agito per conto della matrigna della Casati Stampa e conquistò la fiducia di quest’ultima, divenendo così suo avvocato. Il suo ruolo consisteva nell’amministrare le sue proprietà, mentre Bergamasco doveva firmare tutti i documenti legali a nome della Casati Stampa. Quindi Bergamasco aveva il controllo giuridico del suo patrimonio, mentre Previti il controllo concreto.
Nel 1970, traumatizzata, la Casati Stampa lasciò l’Italia; vi ritornò poi per un breve periodo nel 1972 e, da allora, vive all’estero. Quando compì il ventunesimo anno d’età, diede a Bergamasco la delega per la gestione del suo patrimonio. La Casati Stampa non vuole rilasciare commenti.
Il patrimonio di famiglia, prevalentemente in Lombardia, comprendeva ampi lotti di terreno. Oltre a Villa San Martino e il relativo parco, la famiglia possedeva 250 ettari di terra a Cusago. L’11 novembre 1979, una società di nome Immobiliare Coriasco Spa (Coriasco) acquistò il terreno della Casati Stampa a Cusago.
In forza di un mandato rilasciato da L. Foscale, la SAF era il titolare ufficiale delle azioni della Coriasco, quindi il proprietario effettivo era anonimo. Tuttavia, nei rendiconti finanziari della Fininvest Srl per il 1976, la Coriasco appariva come una società totalmente controllata. L’unico amministratore della Coriasco era Giuseppe Scabini, che divenne in seguito il cassiere della Fininvest.
La Coriasco non versò denaro per il terreno della Casati Stampa. Questa ricevette infatti 800.000 azioni, valutate 1,7 miliardi di lire, di una società di nome Cantieri Riuniti Milanesi (CRM), una piccola immobiliare, di cui uno degli amministratori era Dell’Utri. Queste azioni costituivano una quota di partecipazione del 40% nella CRM. Circa nello stesso periodo, 400.000 azioni CRM vennero consegnate a una fiduciaria di nome Unione Fiduciaria, consociata di una banca italiana. Non è noto chi fosse il proprietario effettivo di queste azioni.
La Casati Stampa non era soddisfatta di aver ricevuto azioni di una società di cui non sapeva nulla in cambio del suo terreno. Chiese che le azioni venissero tramutate in contanti. Per una migliore comprensione di quanto avvenne in seguito, rinviamo i lettori alla tabella 3.
Cash in, cash out
Sintesi delle transazioni Palina, in lire
Legenda:
* il 19 dicembre 1979 tramite assegni bancari
# azioni detenute anche in nome di una fiduciaria
± il 28 novembre 1979
& il 4 dicembre 1979;
Fonte: rapporti del consulente tecnico dei magistrati di Palermo messo a disposizione dalla Banca d’Italia; The Economist; Rapporto della Direzione Investigativa Anti-Mafia, Centro Operativo Palermo
In sostanza, Lei fece in modo che una delle Sue società scatole, la Palina, con a capo un settantacinquenne colpito da ictus, comprasse le 800.000 azioni della CRM dalla Casati Stampa, e le altre 400.000 dalla Unione Fiduciaria. La Palina pagò 1,7 miliardi di lire alla Casati Stampa e 860 milioni all’Unione Fiduciaria. Gli inquirenti di Palermo non riuscirono a scoprire da dove venisse quel denaro, poiché alla BPA non ve n’era traccia. Comunque, trovarono una fattura dell’Unione Fiduciaria e un documento per il trapasso delle azioni timbrato e firmato da Bergamasco, che lascia decisamente intendere che erano stati pagati 2,56 miliardi di lire.
Il 19 dicembre 1979, la Palina cedette le 1.200.000 azioni della CRM alla Milano 3 Srl, un’altra scatola vuota, che pagò a Palina 27,68 miliardi di lire (cioè, oltre dieci volte il prezzo pagato dalla Palina alcune settimane prima). La Palina era una società ritagliata ad hoc, costituita nell’ottobre del 1979 e messa in liquidazione nel maggio del 1980. Non figurava nulla nelle sue registrazioni contabili sulle operazioni relative alle azioni della CRM, o sulla cessione delle stesse alla Milano 3 Srl.
La transazione fu una finzione poiché la Milano 3 Srl aveva indirettamente ottenuto il denaro per pagare la Palina dalla Palina stessa. Come mostra la tavola 3, il 19 dicembre 1979 la Palina aveva inviato 27,68 miliardi di lire alle fiduciarie, che a loro volta li avevano trasferiti sui conti delle holding presso la BPA. Da lì, i fondi transitarono sul conto della Fininvest Roma sempre presso la BPA e poi, attraverso il conto della Milano 3 Srl, raggiunsero un beneficiario ignoto.
Dato che i controlli delle registrazioni della BPA condotti dagli inquirenti di Palermo escludevano l’introduzione di fondi da parte di un terzo, i fondi dovevano essere girati in cerchio. Ciò in quanto lo stesso giorno furono depositati 27,68 miliardi sul conto corrente della Palina (dalla Milano 3Srl).
Sembra che Lei sapesse cosa stava accadendo. Il 13 dicembre 1979, Lei scrisse alle fiduciarie per informarle che l’imminente pagamento di 25,68 miliardi di lire doveva essere considerato come prestito da parte degli azionisti a favore di alcune tra le società Holding Italiana. Di fatto, Lei pagò 27,68 miliardi di lire (le Holding Italiana 18 e 19, non citate nella sua lettera, ricevettero 2 miliardi).
La Milano 3 Srl era stata registrata nel novembre 1979, come consociata della Fininvest Roma. Dal Santo era l’unico amministratore. Gli investigatori anti-mafia e i consulenti tecnici dei magistrati di Palermo non sono riusciti ad avere accesso ai libri e ai documenti contabili della società. Comunque, la Milano 3 Srl deve essere stata la fonte da cui provenivano i 27,68 miliardi ricevuti dalla Palina il 19 dicembre. Deve inoltre avere contabilizzato questo denaro come investimento nella CRM. Tale investimento fu “finanziato” con i 27,68 miliardi di lire che aveva ricevuto dalla Fininvest Roma nello stesso giorno.
La CRM si fuse (letteralmente) nella Milano 3 Srl nel luglio del 1980. La Milano 3 Srl, la società sopravvissuta, convertì il proprio nome in Cantieri Riuniti Milanesi. Si ripeté la stessa manovra, cioè l’eliminazione dei due saldi contabili uguali e contrari che erano risultati dal flusso circolare di fondi. Quando furono accorpati i due stati patrimoniali, i saldi relativi alla transazione Palina scomparvero dai libri contabili della Milano 3 Srl. L’investimento in azioni CRM si era semplicemente compensato a fronte del finanziamento ricevuto.
Doveva essere proprio così. La Fininvest non avrebbe potuto spendere 27,68 miliardi per l’acquisto di 1.200.000 azioni della CRM che Lei già possedeva (tramite la Palina), dato che esattamente lo stesso importo era entrato e uscito dal conto bancario della Palina il 19 dicembre 1979. Inoltre le azioni della CRM avevano poco valore, visto che quest’ultima non possedeva nemmeno il terreno di Cusago, che apparteneva infatti alla Coriasco.
Il consulente tecnico di Dell’Utri ha riferito al tribunale di Palermo che, se la transazione avesse avuto luogo dopo l’introduzione delle norme anti-riciclaggio nel 1991, “si sarebbe dovuto renderla nota” considerato l’ammontare delle cifre in questione.
Convogliando i fondi della transazione Palina attraverso la Fininvest Roma, si gonfiarono le attività e le passività della società di 27,68 miliardi di lire. In seguito a tale operazione, il capitale azionario delle Fininvest Roma era aumentato di 15 miliardi, considerati come totalmente versati. Tale capitale era però fasullo, come lo erano i valori contabili relativi all’operazione stessa. In altre parole, i movimenti bancari artefatti, resi possibili dalla Palina per completare il cerchio, conferirono fallace credibilità a falsi valori contabili.
L’Immobiliare Coriasco
Anche la Coriasco (la società che aveva acquisito il terreno di Cusago) pose in essere nel 1979 un’emissione di azioni, che non si rivelò essere quel che sembrava.
Come sopra menzionato, nel 1976 la Fininvest Srl possedeva il 100% delle 200.000 azioni della Coriasco del valore di 1.000 lire l’una (cioè, la Coriasco possedeva un capitale azionario complessivo di 200 milioni), ma la SAF era l’azionista iscritto nel libro dei soci in virtù del mandato da parte di L. Foscale.
Secondo documenti ufficiali della SAF, alla metà di Marzo 1979, L. Foscale scrisse alla stessa società, affermando che il 22 marzo 1979 vi sarebbe stato un aumento di 2 miliardi nel capitale azionario della Coriasco (sarebbero cioè state emesse 2 milioni di azioni).
L. Foscale dichiarò che la transazione sarebbe avvenuta in franco valuta (il denaro avrebbe quindi bypassato le fiduciarie). Il 20 marzo 1979 invece, secondo documenti non ufficiali della SAF, Dal Santo telefonò per dire che avrebbe conferito mandato alla società per sottoscrivere il menzionato aumento di capitale di 2 miliardi. Inoltre, sempre secondo documenti ufficiosi della SAF, il 21 marzo 1979 Dal Santo presentò alla SAF il mandato da firmare e rese disponibili 2 miliardi in contanti. La SAF versò il denaro presso la Cariplo e la Banca Popolare di Novara e ricevette due assegni bancari non sbarrati per un totale di 2 miliardi di lire.
Poi girò questi assegni alla Coriasco, che in questo modo sembrava aver ottenuto un incremento di capitale di 2 miliardi, attraverso due assegni bancari. Ma non era così; in realtà, il denaro per le azioni era in contanti. In altre parole, Dal Santo aveva riciclato 2 miliardi di lire attraverso la SAF, favorito dalla stessa fiduciaria.
Chiunque avesse esaminato i documenti ufficiali relativi alla emissione di azioni (vale a dire, la lettera di Fiscale), avrebbe dedotto che il denaro aveva bypassato la fiduciaria, in quanto non vi sarebbero state ragioni evidenti per supporre che l’operazione non fosse stata eseguita come dichiarato nella lettera di Foscale.
Secondo i bilanci della Fininvest relativi al 1979, la sua partecipazione nella Coriasco ammontava ormai solamente al 9,09% (cioè, le 200.000 azioni che deteneva nel dicembre del 1976). Pertanto non è chiaro chi avesse fornito i 2 miliardi di lire in contanti nel marzo del 1979. Il consulente tecnico di Dell’Utri ha riferito al tribunale di Palermo che la Coriasco era “assolutamente marginale e irrilevante”.
Dopo aver ottenuto la licenza edilizia, un’altra società, la Cantieri Riuniti Milanesi (non la stessa società coinvolta nella operazione Palina), sviluppò un vasto progetto di costruzioni su un terreno che la Coriasco aveva acquisito nel 1979.
Nel 1980, l’Immobiliare Idra, con a capo Dal Santo, divenne la legittima proprietaria di Villa San Martino (e del parco, della collezione di libri, dei quadri ecc.), pagando 500 milioni di lire alla Casati Stampa (attualmente circa €960,000). In un dato momento, l’Immobiliare Idra deve essere appartenuta alla Fininvest, poiché più avanti la Fininvest la cedette a Lei.
Giovanni Dal Santo
Personaggi importanti durante la fase iniziale della Sua carriera – C. Previti, G. Foscale, Scabini, Dell’Utri e Berruti – ottennero in seguito posizioni di rilievo con il Suo aiuto e, come Lei, nel 1990 furono accusati di illeciti penali. Ma la figura più enigmatica è Dal Santo.
Nato in Sicilia nel 1920, Dal Santo lavorava a Milano come contabile. Fu amministratore unico di una serie di società in momenti cruciali della loro esistenza; ad esempio, di Milano 3 Srl quando acquistò la CRM dalla Palina, e di Immobiliare Idra quando comprò Villa San Martino. Era anche “l’intermediario” tra L. Foscale e le fiduciarie della BNL. Fu lui che fornì le informazioni emerse dai documenti ufficiosi della SAF (cioè, che il prestito da parte degli azionisti di 16,9 miliardi di lire a favore della Fininvest era stato ricevuto in 25 tranches tra il febbraio 1977 e l’agosto 1978). Fu anche membro del collegio sindacale delle società Holding Italiana. Sicuramente Lei lo conosceva.
Dal Santo riciclò 2 miliardi di lire (attualmente circa €5,1) attraverso la SAF e la Coriasco nel marzo del 1979. Dal giorno della sua acquisizione da parte della Finivest Srl nel 1976 fino al gennaio 1978, l’unico amministratore della ISTIFI fu Dal Santo. Questa società divenne poi il polmone finanziario del gruppo.
Era certamente un uomo di fiducia.
Le nostre domande
Ha spiegazioni alternative per le transazioni citate?
Chi versò 4 miliardi di lire alla Edilnord e alla SOGEAT sotto forma di capitale sociale tra il 1967 e il 1975?
Chi immise 16,94 miliardi nella Fininvest Srl sotto forma di prestito dagli azionisti nel 1977-78, e da dove proveniva il denaro?
Perché questo denaro fu iniettato in 25 tranches su un periodo di 20 mesi?
Per conto di chi Dal Santo era un uomo di fiducia?
Pensa che la Casati Stampa abbia ricevuto un trattamento equo per Villa San Martino e i terreni di Cusago?
Chi era il proprietario effettivo delle 400.000 azioni della CRM registrate a nome dell’Unione Fiduciaria, che di conseguenza ricevette gli 860 milioni versati dalla Palina?
Chi mise 2 miliardi nella Coriasco nel marzo del 1979 e da dove venivano i contanti?
Perché condusse un tal numero di transazioni azionarie in franco valuta?
Perché si è avvalso del diritto di non rispondere quando i pubblici ministeri volevano interrogarla a Palazzo Chigi su queste e altre vicende il 26 novembre 2002?
La sua appartenenza alla P2
Nell’ottobre del 1990 la corte di appello di Venezia constatò che Lei aveva giurato il falso nella deposizione del 1988, in una causa per diffamazione che Lei aveva intentato contro i giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino e che perse. Questi erano coautori di “Inchiesta sul Signor TV”, un libro basato su un’approfondita ricerca circa gli esordi della Sua carriera imprenditoriale, pubblicato per la prima volta nel 1987.
Lei fu dichiarato colpevole, ma la pena per falsa testimonianza venne commutata grazie a un’amnistia generale. Tra le altre cose, nel processo per diffamazione, Lei affermò che era entrato nella loggia P2 poco prima che fosse scoperta nel 1981 e che non aveva pagato la quota associativa. Il tribunale di Venezia decise che queste dichiarazioni non erano vere. Lei era stato iniziato alla loggia P2 all’inizio del 1978 e aveva pagato la quota di 100.000 lire.
Dopo che Berruti l’aveva interrogata sulla Edilnord e sulla SOGEAT nel novembre del 1979, il mese successivo Salvatore Gallo, un alto ufficiale della Guardia di Finanza di Roma, scrisse all’Ufficio Italiano dei Cambi. Raccomandava che non si intraprendessero ulteriori azioni. Gallo aveva ricevuto l’iniziazione nella loggia della P2 nel 1980.
La BNL aveva più top manager iscritti alla P2 di qualunque altra banca italiana. Almeno 6 alti dirigenti avevano ricevuto l’iniziazione nella loggia, tra cui Gianfranco Graziadei, direttore generale di una delle fiduciarie della BNL.
Negli anni settanta le sue società furono generosamente sostenute dalle banche italiane, tra cui il Monte dei Paschi di Siena, il cui direttore generale, Giovanni Cresti, era membro della P2. In seguito il collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena concluse che: “il profilo di rischio relativo [al Suo gruppo] era nel complesso eccezionale. Gli ispettori che hanno esaminato il registro dei prestiti hanno svolto un’analisi accurata in base alla quale si può concludere che vi sono stati notevoli favoritismi verso [il Suo gruppo].”
Le nostre domande
Perché mentì sulla data in cui Lei fu iniziato nella loggia P2?
Si servì della Sua appartenenza alla P2 per ottenere cose che non avrebbe ottenuto altrimenti?
*abbiamo redatto questo sottoparagrafo in base ai rapporti sulle Sue società stilati da un inquirente dell’Anti-Mafia e dal consulente tecnico dei magistrati di Palermo proveniente dalla Banca d’Italia. La loro inchiesta partì da un’accusa di un pentito che affermava che erano stati usati 20 miliardi della Mafia per dar vita agli investimenti televisivi della Fininvest. I due inquirenti impiegarono diciotto mesi a raccogliere i documenti contabili delle società all’apice della gerarchia della Fininvest tra il 1975 e il 1985 (così come le società collegate alle stesse, ecc), delle fiduciarie in rapporto con Lei, e dei conti bancari appartenenti a Lei e alle società esaminate. Entrambi hanno testimoniato in merito a quanto avevano trovato nel processo del suo amico intimo, Marcello Dell’Utri, che nel 1996 fu accusato di complicità con la Mafia.
Eccetto un breve periodo alla fine degli anni settanta, il siciliano Dell’Utri collaborò con Lei dalla metà degli anni sessanta al 1994. Deputato italiano, fu cofondatore di Forza Italia e assunse un ruolo direttivo nella Sua campagna elettorale per le elezioni del 1994.
Postato in: Dicono di Lui, Economia, Elezioni, Giustizia, Politici | Messo il tag: Dossier, Giustizia, Gli altri suoi processi, Gli esordi della sua carriera imprenditoriale, La pretesa di una medaglia d'oro, La vicenda Sme, Le accuse a Romano Prodi, Le sue dichiarazioni spontanee, Lettera aperta, Politica, SilvioBerlusconi, SME, The Economist






































































