Murphy e l’informazione in Italia

Se una cosa può andare storto, lo farà.

E’ questa la prima delle notissime leggi di Murphy, un compendio di sentenze ironicamente paradossali che spesso hanno un riscontro con la realtà che ha del tragicomico.
Oggi stavo leggendo la sezione sull’espertologia, e tra una sghignazzata e l’altra ho trovato diverse consonanze tra quanto lì descritto e quanto accade in Italia.
Ma cosa c’entrano le leggi di Murphy sulla divulgazione scientifica con la realtà politica italiana?
Beh, il mondo, si sa, è strano, noi viviamo in uno stranissimo paese, ed io, da brava persona alquanto strana (o forse meglio dire fissata?) non ho potuto fare a meno che mi venissero in mente dei collegamenti spontanei con quello che accade ogni giorno dalle parti di Montecitorio, Palazzo Madama e dintorni.
Partiamo quindi dalla Legge di Cohen

Ciò che davvero conta è il nome che si riesce a dare ai fatti; non i fatti in sè.

Beh, che dire?
Questa è una regola aurea del giornalismo, o, più precisamente, dell’editoria: per vendere bisogna sempre puntare sul titolo sensazionale, rendere incredibile il banale, “creare” gli eventi, per così dire. Espertissimi in questo sono alla redazione di Libero, uno dei quotidiani più letti d’Italia, dove per interesse che si direbbe più che economico politico, offrono spesso e volentieri un campionario di prime pagine esemplare per la capacità di presentare i fatti in un’ottica ben precisa, predisponendo, per così dire, il lettore ad una determinata ottica.
Un caso lampante che mi ha sempre fatto sorridere è stata la foto dell’insediamento del Governo Prodi II.

Semplicemente fantastica.
Ma attenzione: per quanto siano a mio avviso semplicemente insuperabili, non sono ovviamente solo quelli di Libero a dedicarsi alla pratica, in quanto tutti sono ben consci del fatto che mentre il titolo lo leggono tutti quelli cui passa il giornale sotto mano, molti meno sono coloro che dopo andranno a leggersi il resto dell’articolo.
Ed anche lì, poi, c’è tutto un meraviglioso mondo da scoprire. Un piccolo esempio questa volta (oggi mi piace spaziare) lo tiro fuori da Fondazione e Impero di Isaac Asimov (gran bel libro di fantascienza, tra l’altro: consigliatissimo), in cui, per parlare di un inetto dittatore, si dice…

[..] un infaticabile e febbrile interesse per le faccende meno importanti della piccola burocrazia era essere attivo; l’indecisione [..] aveva il significato di oculatezza; la cieca testardaggine nell’errore era una prova di carattere

Si sostituisce un termine ad un altro, ed ecco che una descrizione negativa si trasforma in più che positiva.
Giochetti di questo genere si sprecano, e sono connaturati alla stessa trasmissione della notizia; questa fisiologia, però, passa regolarmente il segno, in Italia. Sì, siamo un paese strano, come ho già detto: ovunque una testata che punta ad un determinato target di utenza cerca l’autorevolezza. Esistono sì i giornali schierati, ma quello che si ritiene “venda” di più sia il giornale che, per quanto magari possedendo un’ottica prevalentemente di un certo tipo, riesce ad essere il più equilibrato possibile (la perfezione, si sa, non è di questo mondo). In Italia, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, questo non accade, né per la carta stampata, né tantomeno per la televisione. Da quando l’editore più liberale d’Italia (come l’aveva definito anche chi per lui aveva lavorato, ovvero niente poco di meno che Indro Montanelli) è entrato in politica, nell’ormai lontano 1993, quella che già era virtù rara è andata sparendo, e quando nel 2003, sotto pressione dell’allora Presidente del Consiglio, che incidentalmente era sempre quell’editore più liberale d’Italia, il direttore dell’ultimo quotidiano “autorevole” rimasto, ovvero il Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli si è dimesso, pure gli ultimi scampoli di indipendenza sono andati a farsi benedire. O in una direzione, o nell’altra, l’informazione su carta stampata (per quella televisiva il discorso s’era chiuso già da tempo) ha perso ogni residuo segno di indipendenza.
E questo ci porta dritti dritti alle Leggi di Dunlap:

1. I fatti sono opinioni solidificate.
2. I fatti tendono a indebolirsi in condizioni di estremo calore o pressione.
3. La verità è elastica.

Infatti si è andato verificandosi nel tempo in Italia un bizzarro processo oramai già abbondantemente giunto a compimento. L’informazione in Italia è giunta difatti a questo particolarissimo stadio: nei TG e nei giornali infatti oramai si parla solo di opinioni su fatti che vengono a mala pena citati, i fatti stessi vengono, per così dire, relativizzati, e non esiste una verità accertata.
A questo proposito, vorrei anche citare un’altra legge, appartenente alla sezione Geriarchiologia e Comitatologia, ovvero il Placebo di Peter:

Un grammo di immagine val più d’un chilo di fatti.

E, difatti, basta un minuto di TV per smantellare centinaia di documenti riportanti fatti. La cosa è talmente nota, per quanto tutti si affannino a negarlo, che i politici fanno a spallate per andare sul piccolo schermo, anche quando, cioè spesso, non hanno niente da dire: tra cinque minuti di nulla televisivo e cinque ore interessanti di conferenza su qualche materia anche importante, sono sempre preferibili ci cinque minuti di nulla.
C’è poi un altro evento tipicamente italiano che riguarda l’informazione, strettamente legato alla giustizia. Nel corso degli ultimi tempi le trasmissioni di approfondimento in cui l’imputato (se condannato, meglio) di turno viene invitato per raccontare la “sua” verità sono proliferate in maniera quasi sconcertante. E’ questo un fenomeno da non prendere assolutamente sotto gamba. In uno Stato normale, al termine di un processo, quella che fa testo è la realtà emersa dagli incarti giudiziari. Si potrebbe accusare un enunciato del genere di convenzionalità, si potrebbe obiettare che anche i giudici sbagliano, certo, ma sorge qui un problema di carattere quantomeno sostanziale che coinvolge la possibilità stessa che esista uno Stato con una Costituzione.
Perché una società non esploda, bisogna che esistano delle regole che, piaccia o non piaccia, devono essere rispettate. Una di queste è che quanto esce da un’aula di tribunale, a meno di illeciti riscontrati, faccia fede per tutti: tutti devono accettare quanto emerge, e solo quello, come vero. Se così non fosse, allora non avrebbe senso l’esistenza stessa dell’apparato giuridico: che senso ha una giustizia che dà una versione della verità? Con quale diritto lo Stato può arrogarsi la facoltà di condannare chicchessia se si accetta l’idea che in realtà quello che sostiene possano essere emerite balle? Piacciano o non piacciano, le sentenze vanno accettate, senza cominciare una campagna di aggressione all’istituto della magistratura, straparlando di politicizzazione e quindi accusando di mancanza di professionalità un’intera categoria di persone. Quando sento dire (ed oramai, a furia di ripeterlo, è diventata cosa comunemente accettata) che “certe parti della magistratura sono politicizzate”, a me, francamente, sembra di sentire un bambino che non studia, prende un votaccio e dopo va a lamentarsi dalla madre dicendo “la professoressa ce l’ha con me”. Se passa questo principio (ed, a dirla tutta, è già passato), perché io cittadina qualunque dovrei accettare una sentenza di condanna nei miei confronti e non strillare al giudice o magistrato che sono finita nella situazione in cui mi trovo per, che so, antipatia? La questione, difatti, è esattamente la stessa: basta aggiungere ad “antipatia” il termine politica ed ecco qua che ho riprodotto pari pari il tipico discorso del gruppo dirigente di una serie di partiti ogni volta che scatta una condanna o anche solo un’inchiesta.
D’altra parte, come dice la Regola della Legge:

Se i fatti sono contro di te, contesta la legge.
Se la legge è contro di te, contesta i fatti.
Se i fatti e la legge sono contro di te, strilla come un dannato.

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