Sulla strada verso Damasco
Ed ora veniamo a noi, compagne e compagni. Alla storia che segnò e segnerà probabilmente in modo definitivo il nostro futuro. Su questo argomento sono state scritte centinaia, forse migliaia di pagine. Il mio contributo perciò sarà complementare se non addiritura corollario. Mi limito qui a dare una visione d’insieme di ciò che fu dalle elezioni politiche nazionali 2008 sino all’elezione del nuovo Segretario di Rifondazione Comunista. Ultima tappa sarà dedicata alle conclusioni finali, per chi avrà ancora fegato e pazienza di leggere.
Risolta la pratica delle elezioni politiche nazionali 2008, i comunisti di Rifondazione Comunista per qualche giorno si rintanarono entro le loro alcove a leccarsi le ferite ancora sanguinanti. Come la colomba di Noè, qualcuno mise la testa fuori per assicurarsi ancora di puntare i piedi per terra, e scoprì che infatti la terra esisteva e bisognava ricalcarla. Nei vari federali sparsi sul territorio patrio la tensione era alla stelle, sembrava di rivivere la notte dei Lunghi Coltelli, soltanto che il nemico semita da cacciare era o indefinito eterero oppure era un tuo compagno con cui, fino a due giorni prima, scherzavi e bevevi un caffè. Trattansi quindi di fratricidio, e tale fu. Al grido di “famoli fuori tutti questi schifosi traditori” si doveva definire cosa si intendesse per traditore: del comunismo, della fiducia riposta in chi(?), del partito, degli emolumenti senza i quali il quadro medio si sarebbe visto costretto a cercare finalmente un lavoro. Ve ne era per tutti i gusti, e le bocche erano spalancate a guisa di fiere contro cui neanche Ercole ce l’avrebe fatta a sopravvivere. Ognuno accusava l’altro delle più assurde colpe, forse anche epidermiche ed eugenetiche. Per settimane e mesi si intonò come un coro madrigale un termine mai usato sinora, l’autocritica. Fu il termine più inflazionato dopo olocausto, nazifascismo, casta ed ipod da 80 Gb. Autocritica su cosa, di cosa, per cosa, da parte di chi, verso chi? Domande a cui rispondere non era obbligatorio, l’importante era “fare autocritica”. Iniziò il nostro Segretario Nazionale, tal Franco Giordano. Lo ammetto, non mi fu mai antipatico il compagno Giordano, umanamente parlando. Anzi, mi dava l’impressione di ricalcare ciò che Pasolini definiva un uomo qualunque, ma nella sua accezione più positiva. Si trovò, Giordano, suo malgrado a diventare segretario del partito, da quando Bertinotti scelse di diventare acerrimo nemico di Bono degli U2 nella scalata al successo interplanetario. Fausto Bertinotti se fosse nato ai tempi della psicanalisi sarebbe stato citato molto spesso da Jung. Orbene, Giordano venne considerato dai più maliziosi (io tra questi) un personaggio che non desse fastidio alla linea guida di Bertinotti ed il suo compito era quello di non creare troppi danni in assenza del Lider Maximo, alle prese con la sua lotta a diventare l’Illuminato sul Monte Athos. Al suo ritorno, se mai ci fosse stato, [Giordano] si sarebbe messo da parte senza troppe lamentele. Ebbene, il compagno segretario fu la prima testa Borbonica a rotolare dal patibolo, costruito in fretta e furia in ogni dove nelle sedi del partito. Ah, come sappiamo essere giacobini noi, non lo fa nessuno. Anche io lo sono, solo che io sono per genetica propenso ad esagerare. Io infatti avrei tagliato le teste di tutti i quadri dirigenti, perchè quando si perde così, non si perde per qualche errore localizzato, si perde per errori strutturali, congeniti, insiti in ogni luogo. Avevamo la possibilità davvero di riiniziare da zero, ed invece no. Sostiene Pereira che non si possa buttare al macero tutto, qualche zimbello bisogna sempre lasciarlo, perchè altrimenti siamo come i leoni acefali del Mediterraneo antico. Giovanotti, lo siamo già acefali, non so se ve ne rendiate conto. C’è bisogno che qualcuno ti dica cosa fare (seppure evidentemente sbagliata)? Brutta bestia il timore di sè. Ancora più brutta dell’esaltazione dello stesso sè.
A gran voce si richiese un Comitato Politico Nazionale che avrebbe decretato/accettato le demissioni del Segretario Nazionale, l’istituzione di un Comitato di Garanzia che avrebbe veicolato il partito verso un Congresso Nazionale anticipato, causa gli eventi politici.
Al CPN in questione si iniziò a comprendere la tragedia greca che stavamo vivendo: la corrente di “essere comunisti” (E.C.) puntava il dito contro la corrente Bertinotti-Giordano. La si accusava di tutto e del contrario di tutto. Per molti giustamente, per altri ingiustamente. Paolo Ferrero, facente parte della mozione di E.C., esordì dicendo che se c’era una persona che voleva fare autocritica per l’esperienza fallimentare al Governo questo era lui, ed anzi era obbligatoriamente lui, essendo stato Ministro. Dopo questa liberazione ed evacuazione di coscienza, il ditino fu subito puntato verso i grandi colpevoli del disastro della Sinistra Arcobaleno. Cartello elettorale, NON colombiano, ma molto italiano, in pure stile italiano D.O.C., ovvero creato a cazzo di cane e spacciato come prossimo concorrente per il Nobel per la Strategia Politica. Di contro, gli artefici di quella pardodia elettorale tentarono di correre ai ripari, adducendo come motivazione che fossero stati costretti a causa della ferrea ed intransigente presa di posizione del Partito Democratico (PD) di correre da solo. La presenza cupa e tetra del voto utile avrebbe poi fatto il resto, coadiuvato dall’idiozia storica del popolo italiano a votare per il primo dittatore di turno.
Il problema che pochi misero in evidenza è che il PD si era già mosso in chiave bipartitica ab urbe condita, presentando ad Ottobre 2007 primarie dall’esito non solo scontato, ma soprattutto dal significato tutt’altro che sibillino e criptico. Da quella data il PD iniziò già a proporre manifesti elettorali per le strade. Quando Napolitano dichiarò ufficialmente dimissionario il Governo Prodi, il PD aveva pronti migliaia di cartelloni, manifesti, volantini e pubblicità. La Sinistra Arcobaleno decise di muoversi intorno a Marzo, ovvero ad un mese dalle votazioni. Già questo farebbe addurre anche al più saggio e neutrale taoista un comportamento suicida. Eppure no, la farsa non era ancora culminata al suo climax. Eschilo, Sofocle ed Euripide non avrebbero potuto progettare un finale più tragico(comico): 3 partiti e mezzo (il mezzo sta per SD, non un vero partito, ma una mozione ultra minoritaria degli ex DS, ormai fusi entro il PD di Veltroni) si buttarono a peso morto sulla campagna elettorale. I Comunisti Italiani la boicottarono sin da subito un po’ subdolamente ad essere eufemistici; i Verdi potevano disporre di talmente tanta forza motrice che il WWF sta tuttora pensando di dichiararli specie in via di estinzione e relegarli a ripopolameno coatto in qualche hall di Hotel a 67 stelle in cui era più facile incontrarli. Tutta la campagna elettorale verteva perciò su di un solo partito e mezzo. Rifondazione, dall’alto del suo 50% di peso relativo nella compagine, fece un gran lavoro, coadiuvato da volenterosi di SD. Sempre a causa di quel 50% di peso relativo, i quadri dirigenti locali di Rifondazione riuscirono nella splendida impresa di farsi consigliare dai dirigenti di SD. Si era giunti all’epilogo del centralismo democratico. Qui erano le periferie dell’impero romano che imponevano all’Imperatore come disporre delle forze. L’astio tra i compagni di RC cresceva vertiginosamente, ed ognuno sperava che lo strazio finisse al più presto per poi estrarre dalla fodera qualunque sorta di arma e vendicarsi di chi o cosa questo era ancora tutto da stabilire.
L’esito delle elezioni si conosce, non c’è bisogno di infierire ulteriormente. Il lebbroso deve essere disposto in sala privata, impermeabile ed ivi attendere il decorso della malattia.
Si presentarono perciò intorno a Giugno 2008 le famigerate mozioni congressuali: c’è da notare che una certa parte dei compagni volevano organizzare un Congresso a temi, non a mozioni, onde evitare di ripetere le forche caudine del 2005 a Venezia. Niente da fare, mozione fu scelta e mozione si doveva presentare. Ben 5 furono esposte sul tavolo del Gran Giurì. Siamo in 44 gatti in fila per 3 col resto di 2, eppure abbiamo avuto il coraggio di presentare 5 diverse appartenenze. Dio me ne scampi di riassumere cosa ci fosse scritto. Bisogna ammettere con onestà politica che se avessimo fatto leggere questi 5 documenti ad una persona neutrale, esterna alle dinamiche nostre interne, sarebbe probabilmente riuscita a sintetizzarli in qualche pagina, fondendoli in un solo coeso documento. I punti nevralgici dei singoli papiri non erano infatti da scartare: si andava dalla fondazione di un partito sociale, all’allargamento del bacino elettorale atto a comprendere non solo comunisti, ma anche altri esseri viventi bipedi. Si faceva cenno all’operaismo come movimento da riscoprire e rifondare (siamo o non siamo Rifondazione del Partito Comunista? C’è da chiedersi però se gli operai esistano ancora e vogliano ascoltarci). Vi era poi l’annosa questione della costituente comunista: a coloro i quali parteciparono alla campagna elettorale di Aprile 2008, il solo pensiero di riunirsi con i Comunisti Italiani, già rei di aver scisso il partito ai tempi della Guerra nei Balcani, faceva salire le transaminasi a livelli preoccupanti. Sarà di sì, sarà di no, sta di fatto che in Italia vi sono 4 partiti comunisti capaci di andare oltre lo 0,5% e vederli separati fa ridere i polli, galline, tacchini ed anche gli ornitorinchi. Oltre che far incazzare terribilmente i nostri elettori. Ma chi se ne fotte degli elettori. Che c’entra questo con la politica! Atomismo, questo è il termine prelevato dalla fisica nucleare che i comunisti italiani tutti (ma non solo, anche i galletti d’oltralpe non stanno male) hanno deciso di abbracciare e far proprio. Ed allora prendiamo una vanga, smerigliamola, roteiamola sulla nostra capoccia come un gaucho della pampa e con veemenza titanica la scaraventiamo sui nostri gioeilli di famiglia. E la facciamo finita una volta per tutte.
Nessun documento però presentava due punti secondo il mio umile punto di vista fondamentali: formazione teorica/pratica dei quadri ed utilizzo dei mezzi di comunicazione per diffondere il nostro verbo nell’etere virtuale. Il primo punto viene spesso bocciato per tre ragioni: 1) non siamo testimoni di geova, non siamo di lotta comunista/continua/contro-qualsiasi-cosa, non siamo i marxisti-leninisti. Non abbiamo bisogno di indottrinamento. Evidentemente non si è ancora capito che cosa voglia dire formazione teorica/pratica. Presentare un pivello come assessore ai lavori pubblici in una giunta comunale, eleggere un candidato nazionale è affare carico di responsabilità, che richiede enorme preparazione legale, giuridica, politica ed umanistica in certi casi. Si rischia, come “talvolta” succede, che i nostri rappresentanti vengano sbeffeggiati per la loro incompetenza, ma questo per qualcuno va bene. 2) siamo già enormemente preparati. Abbiamo studiato sul bignami che riassume in 5 pagine 5 il capitale di Marx, stato e rivoluzione di Lenin. Le opere voluminose di Mao le abbiamo assimilate in un pomeriggio d’agosto ed Hegel non sappiamo chi sia perchè non è importante. Gramsci poi l’abbiamo appeso alla parete e quindi per osmosi abbiamo letto i suoi quaderni. Del Che abbiamo la maglietta e questo basta. L’economia politica l’abbiamo appresa dal TG5, il diritto costituzionale ce lo ha spiegato Montanelli nella sua Storia d’Italia ed infine la geopolitica è neologismo neo-liberista, benchè non sappiamo esattamente cosa voglia dire la particella “neo”, nè tantomeno l’attributo “liberista”. 3) non abbiamo tempo per queste cose. I nostri giovani hanno tanti problemi per la testa, devono imparare ad usare il cellulare UMTS di ultima generazione, devono sbloccare tutti i personaggi di Tekken 54. Quando poi si incontrano in sede, devono avere la libertà di sbronzarsi e parlare di calciomercato. L’operaio che torna stanco dalla fabbrica ha tutto il diritto di passarsi le ore serali di fronte alla TV, salvo poi dimenticarsi il giorno dopo che cosa abbia visto. “E continuiamo a farci del male”.
I mezzi di comunicazione poi non sono ad ordine del giorno, non interessano perchè non vengono reputati fondamentali. Eppure qualcheduno, trasversalmente tra le varie mozioni, paventa la sfida che ci tocca affrontare contro i padroni, i capitalisti, i colonialisti, gli imperialisti. Questa sfida non si è ancora ben capito come affrontarla, strutturarla, organizzarla e metterla in atto. Non deve essere, molto probabilmente, il cruccio principale nella testa di noi comunisti risolvere i problemi, ma soltanto ed unicamente presentarli e svelarli come i nomi di Dio nella Cabala. Qualcuno poi sostiene che in questi anni Rifondazione Comunista sia sempre stata presente nella società, nelle fabbriche, che si sia lavorato e prodotto. Qualcosa mi fa pensare che questi non abbiano la minima idea di cosa voglia dire “produrre”. Secondo me, per questi produrre vuol dire “immaginare che avvenga”.
Le votazioni di circolo si dimostrano essere un terreno in cui manifestare tutte le nostre paure e timori: la mozione di Vendola sbaraglia la concorrenza al Sud, laddove per magia spuntano dal cilindro iscritti ad altri partiti che votano per lui (il nostro statuto lo vieterebbe, ma tant’è), emergono dagli abissi orde di compagne e compagni pronti a mobilitarsi nel momento del bisogno. C’è da notare che le percentuali di voto per la Sinistra Arcobaleno al Sud siano state francamente ridicole e perciò ci si potrebbe chiedere, più o meno maliziosamente, dove stessero queste truppe imperiali di fanatici rajaput intorno ad Aprile 2008. Dettagli, come spiega Vendola, il quale ancora oggi ci tiene a precisare che abbia tutte le prove per dimostrare che quei risultati non furono fasulli. Io quelle prove non le ho mai viste. Non che le altre mozioni siano candide, come volevano i nostri antenati romani, i quali vestivano la candida durante le elezioni, a dimostrazione che essi erano puliti da ogni colpa prima di rappresentare il popolo. I saltafossi ci sono sempre stati, è nell’indole del genere umano. Tuttavia un conto quando i saltafossi sono percentuale irrilevante, un conto quando invece fanno ribaltare l’esito di un Congresso Nazionale. Sono certo che ognuno di noi avrebbe da raccontare delle storie incredibili di quaglie pronte ad immolarsi per una causa. Non lo metto minimamente in dubbio, ma onestamente mi farebbero ridere, perchè per ogni caso A, ci sarebbe il suo opposto -A, ed qualunque rimostranza si abbia, un documento congressuale che ottiene il 45% dei suoi voti nazionali in sole 3 regioni, il 67% in 5 regioni, laddove sembra ci siano più iscritti che non nella rossa Romagna o Toscana ed addirittura di più che in Lombardia, farebbe allineare i baffetti di Hercule Poirot ed Agatha Christie non vedrebbe l’ora di ricamarci sopra un romanzo.
Si giunge al congresso con l’esito quasi certo: la vittoria di Vendola, sperata/voluta dalla corrente meno liberale (definirla più a sinistra mi sembra un po’ troppo) del PD, sembra cosa ovvia. Si sostiene che solo la sua mozione sia in grado di ringiovanire/rinnovare una teoria politica vecchia di 150 anni. Peccato che il liberismo ne abbia di più, il cattolicesimo di Vendola ne abbia nettamente di più, i valori della Rivoluzione Francese siano più vecchiotti del comunismo di soli 50 anni, l’Illuminismo sia vetusto in confronto a Marx e la tolleranza universale di Giordano Bruno sembra essere una mummia imbalsamata al Museo de Il Cairo. I simboli del comunismo poi sono vecchi: siamo circondati da simboli che risalgono alla notte dei tempi, usiamo numerazioni di mille anni fa’ eppure due simboli che contraddistinguono il lavoro salariato non vanno più bene. Piccole contraddizioni anacronistiche che fanno sempre piacere.
Ci sono poi altri che sostengono che il comunismo italiano e forse internazionale sia morto, salvo poi non fornire che cosa lo dovrebbe sostituire. Perchè se si critica, si dovrebbe anche proporre un modello alternativo, efficiente, duraturo e soprattutto praticabile. Vincente poi sarebbe la ciliegina sulla torta. Dettagli. Solo dettagli, che stanno bene alle minoranze ultra-minoritarie delle minoranze minoritarie di una dozzina di persone. Ebbene, succede qualcosa a Chianciano: Grassi sembra propenso ad un accordo con Vendola ma invece il risultato finale è sorprendente. Paolo Ferrero, dopo aver trovato un compromesso tra le 5 mozioni meno la 2, viene eletto segretario. Vendola ci rimane male, ma la prende bene. sostiene che bisogna chiamare il 113, che gli abbiano ucciso la sua, e sottolineo la sua Rifondazione. Che non parteciperà a nessun organo direttivo, che la sua corrente si muoverà in ogni caso verso gli obbiettivi prefissi. Insomma, ha dimostrato di accettare la sconfitta con grande stile. Quel famoso stile che lo ha sempre accompagnato e lo ha reso un’icona del radical-chicchismo tanto caro ai nostri detrattori. “Io sono il governatore della Puglia”, “lei non sa chi sono io”, “Ferrero è un furbetto”, “voglio vedere ora come farai a resistere”. Davvero notevole. Un galantuomo.
Questo è il quadro. Dipinto con colori ad olio vivaci su tela. La cornice è di legno di acacia. Il pittore non sa se ridere o piangere.
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